Una pleiade luminosa

Copertina della pagina Una pleiade luminosa, ispirata al frontespizio del numero straordinario del 1915 per il primo centenario della Congregazione

La Congregazione guarda il suo primo secolo, 1815-1915

Il 15 agosto 1915 i Missionari del Preziosissimo Sangue raggiunsero il primo centenario della fondazione. La guerra aveva già trasformato l’Europa e la Congregazione stessa era ormai molto diversa dalla piccola comunità che un secolo prima aveva aperto la Casa di Missione a San Felice. Il numero straordinario del Bollettino dei Missionari preparato per quella ricorrenza è perciò qualcosa di più di una pubblicazione celebrativa: è il modo con cui l’Istituto, arrivato ai suoi primi cento anni, scelse di raccontare se stesso.

Nelle sue pagine compaiono il Fondatore, le Case di Missione, il Convitto, la Provincia americana, il Messico, la successione dei Direttori Generali, la Curia e, infine, quella che Antonio Velardi chiamò una «pleiade luminosa»: Missionari, Fratelli Laici, Convittori, Vescovi e Prelati Ausiliari. La scelta delle categorie è già una dichiarazione. La storia dell’Istituto non viene identificata soltanto con chi lo ha governato, ma con un corpo molto più largo di persone che, in forme differenti, gli hanno dato vita.

San Felice, la «culla della Congregazione»

Nel 1915 San Felice non apparteneva più ai Missionari da oltre mezzo secolo. Eppure, quando il volume comincia a raccontare le Case dell’Istituto, la prima sezione porta un titolo che non lascia dubbi: «La culla della Congregazione». La memoria della Casa perduta era dunque ancora abbastanza viva da collocare Giano all’origine dell’intero racconto.

Questo dato illumina anche la storia successiva. San Felice non fu ricordata soltanto perché vi era avvenuto qualcosa nel 1815. Continuava a rappresentare il luogo nel quale l’Istituto poteva riconoscere il proprio inizio. La distanza fisica dalla Casa non cancellò il legame; anzi, contribuì probabilmente a trasformarlo in memoria condivisa, fino al ritorno dei Missionari nel 1937.

Dalla prima Casa a una Congregazione internazionale

Dopo San Felice il numero centenario segue le altre Case, il Convitto e l’espansione oltre Atlantico. L’immagine che ne emerge è quella di un’opera ormai uscita dai confini nei quali era nata. Italia, area germanica, Spagna, Stati Uniti e Messico compongono una geografia molto più ampia, segnata insieme da aperture promettenti, soppressioni, ricostruzioni e difficoltà politiche.

La storia della Casa Madre e quella dell’Istituto cominciano qui a distinguersi senza separarsi. San Felice rimane l’origine; la Congregazione ha ormai imparato a vivere lontano da essa. Proprio questa tensione tra una casa perduta e un corpo missionario sempre più internazionale aiuta a comprendere perché il ritorno del 1937 avrà un significato tanto forte.

La successione del governo

Il centenario dedica una propria sezione alla serie dei Direttori Generali, dal Fondatore fino a Giacinto Petroni, che nel 1915 reggeva la Congregazione. Quella successione viene presentata come una continuità attraverso epoche molto diverse: il tempo delle origini, la crescita dell’Istituto, le soppressioni, l’espansione fuori d’Italia e la nuova organizzazione delle Province.

Oggi quella stessa linea può essere seguita oltre il 1915 e fino al presente. Per questo non la ripetiamo qui: la pagina dedicata ai Superiori Generali permette di vedere i diciotto volti e di leggere i principali passaggi dei Capitoli e delle consegne affidate alla Congregazione.

La «pleiade luminosa»: i Missionari

Quando Antonio Velardi introduce la sua rassegna, richiama l’immagine dantesca degli «spiriti magni». Non ripete i Superiori Generali già presentati nelle pagine precedenti; allarga invece lo sguardo ad altre figure che avevano dato forma alla vita dell’Istituto. Tra i Missionari compaiono Vincenzo Tani, Luigi Achilli, Vincenzo De Nicola, Innocenzo Betti, Vincenzo Maria Fontana, Giovanni Maria Chiodi, Tommaso Silvestri, Pietro De Vittoris, Vincenzo Gasdia e Lorenzo Maria Gerola; seguono poi altri nomi ricordati più brevemente, tra i quali Gaspare Carboneri, Raffaele Brandimarte, Domenico Silvestri, Ubaldo Ambrosini, Raffaele Ciardelli, Pietro Buffoni, Francesco Ricciardi, Massimiliano Mesini e Vincenzo Grilli.

È una galleria molto varia. Vi sono predicatori, superiori, insegnanti, scrittori, uomini di governo e Missionari ricordati soprattutto per la santità della vita. Alcuni appartengono direttamente alla vicenda di San Felice; altri mostrano quanto la forma missionaria nata nelle prime Case fosse ormai capace di esprimersi in contesti lontani e differenti.

I Fratelli Laici: la missione che sostiene la missione

Il 1915 riserva uno spazio proprio ai Fratelli Laici, chiamati anche Fratelli Inservienti. È una scelta importante perché impedisce di raccontare la Congregazione come se fosse stata costruita soltanto dai sacerdoti. Al centro della sezione sta Giosafat Petrocchi, accolto nella prima comunità di Giano già in età avanzata e ricordato per la preghiera, il servizio e la capacità di parlare di Dio dentro la vita semplice delle famiglie.

Accanto a lui vengono ricordati Francesco Padovani, Antonio Capotosto, Luigi Falcioni, Raffaele Marini, Luigi Forti, Domenico Renzi, Domenico Delli Santi, suo padre Paolo e Ferdinando Liberti. Nomi che nelle grandi cronologie rischiano facilmente di sparire, ma che il primo centenario volle invece conservare. Senza il loro lavoro quotidiano, le Case non avrebbero potuto sostenere la predicazione, la formazione e l’accoglienza.

Il Convitto e il futuro affidato ai giovani

Tra i Convittori il numero centenario sceglie soprattutto la figura di Filippo Ianni, morto giovanissimo nel 1885. La sua presenza in questa rassegna dice qualcosa che va oltre la biografia: il futuro dell’Istituto era affidato alla formazione, e la Congregazione vedeva nei giovani non soltanto candidati da preparare, ma una promessa da custodire. Il Convitto viene infatti definito nel volume il «giardino delle nostre speranze».

Due fotografie conservano il volto concreto di quella continuità formativa. Nel 1893 il Convitto è a Roma, nel Palazzo del Sant’Uffizio, sotto la presidenza di don Francesco Principe. I giovani frequentano le scuole pontificie romane e vivono una formazione che continua anche lontano dalla Casa Madre perduta.

Convitto del Preziosissimo Sangue a Roma, Palazzo del Sant’Uffizio, 1893, presidente don Francesco Principe
Convitto del Preziosissimo Sangue in Roma, Palazzo del Sant’Uffizio.
Presidente: don Francesco Principe. Anno 1893.

Nel maggio 1899 il Convitto è nuovamente ad Albano Laziale e ne è presidente don Luigi Fantozzi, futuro vescovo di Veroli. Il luogo è cambiato ancora una volta, ma resta intatta la convinzione che il futuro dell’Istituto dipenda dalla formazione di uomini capaci di ricevere una missione e di lasciarsi mandare.

Studenti del Convitto della Congregazione ad Albano Laziale nel 1899
Studenti del Convitto ad Albano Laziale. Maggio 1899.

Missionari diventati pastori

La sezione dedicata ai Vescovi presenta Gaetano Bonanni, Guglielmo Sillani-Aretini, Eugenio Lachat, Giuseppe Dwenger, Ciro Pontecorvi e Luigi Fantozzi. Non sono tutti figure dello stesso tipo. Bonanni lascia la prima Casa per assumere il governo della restaurata diocesi di Norcia; Sillani compie il cammino opposto e, dopo l’episcopato, entra nella Congregazione; Lachat attraversa le tensioni del Kulturkampf in Svizzera; Dwenger porta l’esperienza missionaria nella giovane Chiesa degli Stati Uniti; Pontecorvi e Fantozzi appartengono alla stagione italiana di inizio Novecento.

Queste vicende sono già state ricostruite più ampiamente nella pagina Missionari e pastori. Qui interessa soprattutto il modo con cui il 1915 le colloca dentro l’autoritratto dell’Istituto: il servizio episcopale non cancella la memoria missionaria, ma viene letto come uno dei modi nei quali quella formazione ha raggiunto Chiese locali molto diverse.

Gli amici dell’Istituto

Il racconto termina con i Prelati Ausiliari. Il volume spiega con precisione che non erano formalmente membri della Congregazione, ma le appartenevano in qualche modo attraverso il sostegno offerto ai Missionari o la partecipazione alle missioni. Al primo posto viene collocato Belisario Cristaldi, senza il quale, afferma il testo, l’opera di Gaspare avrebbe rischiato di essere travolta. Subito dopo viene Francesco Albertini, compagno spirituale del Fondatore e figura decisiva per la devozione al Preziosissimo Sangue. Seguono Vincenzo Maria Strambi, Luigi Piervisani, Carlo Manassi, Antonio Muccioli, Gallucci e Gabriele Ferretti.

Come una Congregazione si vedeva nel 1915

La parte più interessante del numero centenario emerge quando lo si guarda nel suo insieme. La Congregazione non si racconta soltanto attraverso le opere compiute o le case aperte. Si riconosce nei propri morti, nei formatori, nei fratelli che hanno sostenuto la vita quotidiana, nei giovani affidati alla formazione, nei vescovi usciti dalle sue file e negli amici che l’hanno protetta. È un’identità costruita attorno alla missione, alla vita comune, alla fedeltà ecclesiale e a una memoria condivisa.

San Felice occupa in questo autoritratto un posto particolare. Nel 1915 la Congregazione non vi abitava più, eppure continuava a chiamarla la propria «culla». Quasi ventidue anni dopo i Missionari sarebbero tornati. Letta da San Felice, la pubblicazione del centenario diventa perciò anche la testimonianza di una casa perduta che non aveva mai cessato di appartenere alla memoria dell’Istituto.

Il testo del 1915 conserva naturalmente il linguaggio e le categorie spirituali del proprio tempo. Quando riferisce prodigi, incorruzioni, predizioni o grazie straordinarie, queste pagine le presentano come memoria e testimonianza raccolta allora, senza trasformarle automaticamente in giudizi storici o canonici. Anche alcuni dati materiali richiedono confronto con la documentazione oggi disponibile: per questo la narrazione viene letta insieme alle ricerche già svolte nelle pagine della Casa Madre.


Fonte

Nel primo centenario della Congregazione del Preziosissimo Sangue, numero straordinario del Bollettino dei Missionari, 15 agosto 1815-1915, Grottaferrata, Tipografia Italo-Orientale «S. Nilo», 1915; ristampa nell’edizione curata da Tullio Veglianti, Roma, 2006. Il volume viene qui messo in dialogo con la storia di San Felice e con gli approfondimenti già pubblicati sulla Casa Madre e sull’Istituto.