
Prima ancora che avesse il volto con il quale oggi la conosciamo, San Felice era già un luogo verso il quale si veniva. La memoria del martire custodita su questo colle aveva preceduto il monastero e sarebbe sopravvissuta alle molte comunità che, nel corso dei secoli, avrebbero abitato la casa. Per questo la storia dell’Abbazia non comincia propriamente dalla costruzione di un edificio: nasce attorno a una presenza venerata, cresce sopra una memoria cristiana molto più antica e finisce per assumere nella pietra ciò che il popolo aveva già imparato a custodire nella fede.
Sul luogo della sepoltura di san Felice esistette un antico oratorio, del quale le costruzioni successive avrebbero riutilizzato materiali e testimonianze. Ancora oggi, entrando nella chiesa e scendendo nella cripta, si incontrano colonne, capitelli e pietre provenienti da stagioni molto lontane, quasi che ogni generazione abbia costruito conservando qualcosa di quella precedente. Lo stesso sarcofago del martire, datato tra il V e il VI secolo, appartiene a questo strato più remoto della storia di San Felice.

I monaci e la grande chiesa romanica
La presenza benedettina sul colle viene fatta risalire ai primi secoli del Medioevo. Ludovico Jacobilli indica nel 950 un momento decisivo per l’insediamento monastico e per la crescita del luogo di culto; la grande chiesa che possiamo ammirare oggi prese forma agli inizi del XII secolo, quando San Felice ricevette quell’impianto romanico che ancora ne determina il carattere.
Chi osserva le tre absidi dall’esterno comprende quanto quella costruzione dovette apparire imponente nel paesaggio medievale. La pietra bianca e rosata, il presbiterio sollevato sopra la cripta, le navate e la solidità quasi austera dell’insieme appartengono al romanico umbro e stabiliscono un dialogo evidente con altre grandi chiese della valle spoletina. Il monastero cresceva accanto alla chiesa mentre tutt’intorno si estendevano campi, oliveti e terre dalle quali la comunità traeva il necessario per vivere.
Nel 1255 i documenti ci restituiscono perfino il nome di un abate, Giacomo. Dopo tanti secoli nei quali la storia sembra affidata soprattutto alle pietre, incontrare improvvisamente un nome produce un’impressione particolare: dietro l’architettura ricompare una persona. Possiamo immaginare l’abate Giacomo attraversare una San Felice già pienamente inserita nella vita religiosa e agricola del territorio, governando una comunità che pregava in quella chiesa e amministrava i beni dell’Abbazia.
Nel 1373 San Felice venne posta sotto la giurisdizione della grande Abbazia di Santa Croce di Sassovivo, presso Foligno. Entrava così nell’orbita di uno dei centri monastici più importanti dell’Umbria, condividendone successivamente anche la stagione di difficoltà. Nel corso del Quattrocento la vita benedettina a San Felice andò progressivamente indebolendosi, mentre la stessa chiesa aveva bisogno di interventi che ne garantissero la conservazione.

Gli Agostiniani cambiano il volto di San Felice
Nel 1450 papa Niccolò V affidò il complesso agli Eremitani di Sant’Agostino. Il pieno possesso della casa maturò negli anni successivi e nel 1496 gli Agostiniani entrarono formalmente a San Felice, inaugurando una presenza destinata a durare per circa tre secoli.
Con loro l’antico monastero cambiò progressivamente volto. Il chiostro che oggi accoglie il visitatore appartiene a questa stagione, così come diversi ambienti destinati alla vita comunitaria. Nel 1553 venne realizzato il grande refettorio; altre trasformazioni interessarono la chiesa e il monastero, mentre nuovi edifici si aggiungevano al nucleo benedettino più antico. Il complesso che vediamo oggi porta ancora chiaramente le tracce di questa crescita, come se le diverse epoche avessero lasciato ciascuna la propria stanza dentro la stessa casa.
Gli Agostiniani affidarono anche alle immagini il compito di raccontare san Felice. Nel chiostro e nell’antica sacrestia la vicenda del martire tornò a vivere attraverso i cicli pittorici che ne narravano la passione, la gloria e l’arrivo delle reliquie sul colle. Il religioso che percorreva quotidianamente quei corridoi e il pellegrino che vi entrava incontravano così la storia del santo dentro gli stessi spazi della vita conventuale.
Alla fine del Cinquecento San Felice doveva essere una comunità tutt’altro che marginale: le memorie locali parlano di ventotto religiosi e quattordici novizi. Intorno all’Abbazia si stendeva un patrimonio considerevole e all’interno della casa cresceva anche una biblioteca che, alla fine del Settecento, avrebbe raggiunto circa milleseicento volumi.
Proprio quella biblioteca ci permette di percepire la violenza della frattura che avvenne nel 1798. Dopo anni di difficoltà e di contrasti, gli Agostiniani vennero allontanati da San Felice e i beni dell’Abbazia furono confiscati. I libri furono caricati, secondo quanto ricordano le cronache, in ceste e sacchi e trasferiti a Spoleto. Dietro questo particolare si misura meglio ciò che stava accadendo: una casa abitata da secoli veniva svuotata e una parte della sua memoria si disperdeva.
Per alcuni anni San Felice conobbe una presenza nuova. Tra il 1803 e il 1810 vi abitarono i Passionisti, portando dentro queste mura la spiritualità della Passione e la loro esperienza missionaria. Anche questa stagione terminò e l’antico convento tornò a interrogare il futuro.

Una casa antica per una missione nuova
Quando san Gaspare del Bufalo arrivò a San Felice il 30 ottobre 1814, trovò un luogo carico di storia e insieme bisognoso di ricominciare. L’Abbazia aveva attraversato quasi un millennio di vita religiosa; ora le sue stanze, segnate dalle vicende degli anni precedenti, potevano diventare la casa di una nuova esperienza missionaria.
Dietro quella scelta vi fu un lungo lavoro. Monsignor Belisario Cristaldi sostenne il progetto, papa Pio VII lo accolse e don Gaetano Bonanni vi portò l’esperienza degli Operai Evangelici, nati a Roma nel 1813. Il rescritto pontificio del 30 novembre 1814 concesse la chiesa e il convento di San Felice al Pio Istituto e alla comunità che avrebbe dovuto abitarli. Il 5 luglio 1815 don Luparini prese formalmente possesso della casa come procuratore di Bonanni; nelle settimane successive cominciarono ad arrivare gli uomini che avrebbero trasformato quell’edificio nuovamente in una comunità viva.
Il 15 agosto 1815, solennità dell’Assunzione della Vergine Maria, San Felice conobbe uno dei giorni destinati a cambiarne definitivamente la storia. La Casa di Missione venne aperta solennemente e il popolo accorse alla celebrazione, mentre le campane accompagnavano il Te Deum cantato nella chiesa. Gaetano Bonanni, Gaspare del Bufalo, Adriano Giampedi e Vincenzo Tani appartengono a quel primo nucleo dal quale avrebbe preso forma la Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue. L’antica Abbazia diventava così la prima Casa della nuova famiglia missionaria e, con il tempo, avrebbe ricevuto il nome affettuoso e impegnativo di Casa Madre.
Gli inizi conservarono ben poco di romantico. La casa era povera e richiedeva lavori, i mezzi erano limitati e gli uomini disponibili erano pochi rispetto alle richieste di missioni che cominciavano ad arrivare. Bonanni sostenne con tenacia la comunità nei primi anni e san Gaspare partiva continuamente per la predicazione e per l’apertura di nuove possibilità apostoliche. Nel 1820 arrivò Giovanni Merlini, che proprio a San Felice avrebbe incontrato Gaspare e scelto di entrare nel giovane Istituto.
Merlini avrebbe poi conosciuto la casa molto da vicino. Quando gli furono affidate responsabilità di governo, si occupò contemporaneamente della comunità e dell’amministrazione, seguendo la formazione dei giovani e perfino l’azienda agricola. Fece piantare cinquantadue ulivi, un filare di viti e alberi da frutto, organizzò il lavoro dei fratelli e cercò di restituire ordine a una casa nella quale la povertà evangelica rischiava talvolta di confondersi con la trascuratezza. San Felice diventò così un vero laboratorio di vita missionaria, dove la formazione e la cura materiale della casa appartenevano alla medesima responsabilità. Di quella vita quotidiana è rimasta anche una testimonianza singolare, ancora incollata sullo sportello dell’antica sagrestia: gli Avvertimenti per il Prefetto di Chiesa in S. Felice, attribuiti a Giovanni Merlini, che permettono di seguire dall’interno il ritmo liturgico e missionario della Casa e il suo rapporto con Giano e con la Madonna del Fosco.

La notte del 1862 e una casa che non si volle perdere
Quella storia venne spezzata violentemente dopo l’Unità d’Italia. Nel gennaio del 1862 arrivò anche per San Felice la soppressione che aveva già raggiunto altre case religiose. Le memorie della Congregazione hanno conservato la scena con una precisione che rende quasi possibile assistervi: i confratelli furono costretti a lasciare la Casa Madre nel cuore della notte, sotto una pioggia battente e in un freddo durissimo. Don Camillo Rossi protestò contro il provvedimento e venne arrestato.
La cacciata non significò però che San Felice fosse immediatamente cancellata dalla vita della Congregazione. Don Domenico Giuggioloni rimase legato alla casa e trovò rifugio presso il vicino santuario della Madonna del Fosco, quasi a mantenersi sulla soglia, pronto a rientrare se le circostanze lo avessero consentito. Quel ritorno non avvenne e gli anni trascorsero senza che i Missionari riuscissero a riprendere stabilmente la loro prima dimora.
Per i Missionari perdere San Felice significava essere allontanati dal luogo nel quale la loro vita comune aveva ricevuto la prima dimora stabile. Dentro quelle mura erano passati Gaspare, Bonanni e Merlini; vi erano morti alcuni dei primi confratelli e nella cripta riposavano uomini che avevano condiviso gli anni delle origini. Giovanni Merlini, ormai alla guida dell’Istituto, visse con particolare dolore la perdita della Casa Madre, che restò a lungo nella coscienza della Congregazione come una ferita ancora aperta.
Soltanto nel 1896 il Capitolo generale prese atto che quella presenza non poteva più essere mantenuta e deliberò la chiusura definitiva della Casa. La fotografia di quel Capitolo, giunta fino a noi, conserva i volti degli uomini che dovettero assumersi anche questa decisione. Tra la cacciata del 1862 e quella chiusura erano trascorsi più di trent’anni nei quali San Felice era rimasta, almeno nella speranza e nella memoria, una casa alla quale tornare.
Negli anni successivi l’Abbazia conobbe altre presenze. Vi abitarono per un periodo le Adoratrici del Sangue di Cristo, che lasciarono poi la casa, ritenuta poco adatta e scomoda per le esigenze della loro comunità. San Felice continuava così a vivere, mentre per i Missionari restava il luogo delle origini perduto e mai veramente dimenticato.

Il lungo cammino verso il ritorno
A riaprire concretamente la possibilità del ritorno contribuì in modo particolare don Giacinto Petroni, nativo di Giano e Superiore generale della Congregazione dal 1905 al 1928. Per lui San Felice possedeva evidentemente anche la familiarità della terra natale e durante il suo governo lavorò perché l’antica Casa Madre potesse un giorno tornare ai Missionari. Negli anni Venti il desiderio cominciò a trasformarsi in pratiche concrete per il riacquisto del complesso, dando avvio a un percorso che avrebbe richiesto ancora tempo, pazienza e passaggi successivi.

Don Antonio Velardi, che gli succedette alla guida dell’Istituto nel 1928, raccolse quel lavoro e lo condusse verso il compimento. Quando il suo governo giunse al termine, nel 1937, la lunga vicenda del recupero era ormai arrivata alla soglia del ritorno; la riapertura della Casa si collocò così nel passaggio tra il suo generalato e quello di don Lorenzo Colagiovanni, al quale sarebbe toccato accompagnare la nuova stagione di San Felice.
27 dicembre 1937: il ritorno a casa
La cronaca ha conservato con particolare vivezza la sera del 27 dicembre 1937. Era inverno pieno e sulla campagna umbra soffiava una tramontana tagliente quando dalla chiesa della Madonna delle Grazie si formò una lunga processione diretta verso San Felice. In mezzo alla popolazione camminavano i Missionari destinati alla nuova comunità: don Vincenzo d’Alessandro, che ne sarebbe stato il superiore, don Carmine Fico, giovane sacerdote, e fratel Francesco Proscio, insieme con superiori e confratelli che avevano lavorato perché quel giorno potesse finalmente arrivare.
Quando la processione raggiunse l’Abbazia, la chiesa si riempì di popolo. Dopo tanti decenni il canto del Te Deum tornò ad accompagnare un inizio, come era avvenuto nei giorni lontani della prima fondazione. Seguì la benedizione con la reliquia del Beato Gaspare e, terminata la celebrazione, i Missionari presero dimora nella casa restaurata. Il ritorno venne vissuto come qualcosa di più di una riapertura materiale: la Congregazione ritrovava uno dei luoghi nei quali aveva ricevuto la propria prima forma.
La casa riprese subito a vivere come casa missionaria. Le cronache degli anni successivi raccontano predicazioni, tridui, novene, Quarantore, feste del Preziosissimo Sangue e di san Felice, assistenza alle parrocchie e rapporti continui con Giano, Castagnola, Montecchio, Viepri, Massa Martana e gli altri centri della zona. San Felice tornava così ad appartenere non soltanto alla Congregazione che l’aveva riavuta, ma anche al territorio che continuava a riconoscerla come presenza religiosa familiare.

Dalla casa ritrovata al Probandato
La guerra attraversò anche questa nuova stagione e impose alla comunità povertà, difficoltà negli spostamenti e incertezze quotidiane, senza interrompere il servizio religioso della casa. Terminato il conflitto, nel 1945 San Felice cominciò ad accogliere durante la villeggiatura il convitto filosofico e teologico romano. L’arrivo dei giovani portò dentro l’antico convento un ritmo nuovo: essi partecipavano alle celebrazioni, animavano il canto, contribuivano alle feste dell’Assunta e di san Felice e si inserivano nel rapporto con la popolazione.
Quell’esperienza, ripetuta negli anni successivi, mostrò progressivamente che la Casa Madre poteva tornare a essere anche un luogo di formazione. Gli ambienti vennero sistemati, si prepararono camere e spazi comuni e la presenza dei giovani restituì alla casa una funzione che, in forme diverse, apparteneva già alla sua storia. Nel 1954 questa maturazione condusse all’apertura ufficiale del Probandato, affidato alla direzione di don Adriano Iacovacci.
Negli stessi anni prese avvio la grande stagione dei restauri della chiesa e del complesso abbaziale. Tra il 1954 e il 1957 la Sovrintendenza ai Monumenti e il Genio Civile di Perugia affrontarono gravi problemi statici, intervennero sulle fondazioni, sulle colonne e sulla cripta e liberarono la chiesa da numerose trasformazioni posteriori, restituendole gran parte del volto romanico con il quale oggi la conosciamo. Durante i lavori emersero strutture più antiche e numerose sepolture, mentre il rifacimento del pavimento modificò anche la sistemazione dei resti dei Missionari custoditi nella chiesa. La memoria manoscritta del cantiere, riletta alla luce della ricognizione compiuta nel 2026, consente oggi di seguire questa trasformazione con particolare precisione. Chi desidera approfondire può leggere Il grande restauro dell’Abbazia (1954-1957), dove il cantiere viene ricostruito insieme alle scoperte avvenute durante i lavori.
Da allora la Casa Madre è rimasta abitata per decenni e generazioni di Missionari si sono succedute nei suoi ambienti, continuando una storia comunitaria ripresa nel 1937. Questa continuità conosce oggi una sospensione materiale dovuta ai lavori di restauro: l’Abbazia è chiusa e la comunità vive temporaneamente a Lutriano, da dove prosegue il proprio servizio pastorale e missionario nell’attesa di poter tornare a San Felice.
Forse la caratteristica più affascinante di San Felice è proprio questa capacità di accogliere epoche tanto diverse senza perdere la propria identità. Il visitatore incontra una chiesa romanica costruita sopra una memoria cristiana più antica, attraversa gli ambienti trasformati dagli Agostiniani e raggiunge una casa che dal 1815 appartiene alla storia dei Missionari del Preziosissimo Sangue. Anche negli anni nei quali i Missionari ne furono fisicamente lontani, San Felice rimase dentro la loro memoria fino a quando la lunga attesa del ritorno poté finalmente compiersi.
La storia dell’Abbazia continua così ad assomigliare alle sue pietre: alcune sono antichissime, altre furono aggiunte nei secoli, altre ancora vennero rimesse al loro posto dopo essere state disperse. Insieme formano una casa che porta ancora il nome del martire attorno al quale tutto ebbe inizio.
Continua ad approfondire
Per conoscere e approfondire
Felice Santini, L’Abbazia di S. Felice presso il castello di Giano, C.PP.S., Roma, 1999.
Ludovico Jacobilli, opere storiche dedicate alle chiese, ai monasteri e ai santi dell’Umbria.
Visit Giano – Comune di Giano dell’Umbria, Abbazia di San Felice.
Missionari del Preziosissimo Sangue – Comunità di Giano dell’Umbria, Abbazia di San Felice.
Michele Colagiovanni, Vita di monsignor Gaetano Bonanni. Alle radici della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue, Stilgraf, Cesena, 2022.
Michele Colagiovanni, Giovanni Merlini. Ventiquattro ore al giorno, Edizioni Primavera Missionaria.
Missionari del Preziosissimo Sangue, documentazione storica e cronache della Casa Madre di San Felice, con particolare riferimento alla riapertura del 1937, agli anni della guerra, al soggiorno del convitto e alla nascita del Probandato.

