
Per raggiungere il cuore più antico di San Felice bisogna scendere. La grande scalinata della chiesa sale verso il presbiterio, mentre ai suoi lati due passaggi conducono in basso, introducendo il visitatore in uno spazio diverso. La luce diminuisce, le volte si abbassano e il respiro della chiesa superiore lascia posto a un ambiente raccolto, nel quale colonne, capitelli e pietre appartengono a stagioni molto lontane della storia dell’Abbazia.
La cripta è articolata in tre navate e conserva materiali di epoche diverse, alcuni dei quali provenienti da costruzioni più antiche e riutilizzati nella fabbrica medievale. Sui capitelli compaiono motivi geometrici, elementi vegetali e figure che appartengono al linguaggio dell’arte romanica. Lo sguardo, però, viene inevitabilmente attirato verso il fondo, dove nell’abside centrale si trova ciò attorno a cui questo luogo ha costruito nei secoli la propria identità: il sarcofago di san Felice.
L’arca del martire

Il sarcofago è un’antica arca di travertino, datata tra il V e il VI secolo, con coperchio a doppio spiovente e una tabula ansata rimasta senza iscrizione. Oggi è sollevato da terra sopra cinque colonnine, mentre la sistemazione più antica ne prevedeva sei. La posizione, così particolare per chi entra per la prima volta, racconta immediatamente che questa tomba non è stata soltanto guardata e venerata da lontano: per generazioni la gente le è passata sotto.
La storia del viaggio del corpo di Felice fino al colle di Giano appartiene alla pagina dedicata al martire e alle memorie che ne hanno accompagnato il culto. Nella cripta quella storia acquista però una concretezza diversa, perché il visitatore si trova davanti alla pietra attorno alla quale quelle memorie sono cresciute. Qui il santo non è rimasto soltanto un nome consegnato a un racconto antico; la sua tomba è diventata per secoli il luogo al quale la gente veniva portando con sé la propria vita.
Per conoscere il racconto del martire, della traslazione e della tradizione dei buoi che si fermarono sul colle è possibile tornare alla pagina Storia di San Felice martire.

Passare sotto il sarcofago
Generazioni di uomini e donne sono scese nella cripta portando malattie, dolori e preoccupazioni familiari. San Felice veniva invocato in modo particolare per i mali delle ossa e la memoria popolare conserva anche il ricordo di bambini condotti alla sua tomba per problemi agli arti e agli occhi. Il gesto più caratteristico consisteva nel passare carponi sotto il sarcofago, entrando nello stretto spazio lasciato tra l’arca e il pavimento e affidando al martire la propria sofferenza.
Era una preghiera compiuta con tutto il corpo. Il malato scendeva verso la tomba, si abbassava fino a terra e attraversava lentamente quel passaggio nel quale la pietà popolare cercava quasi la vicinanza fisica con il luogo delle reliquie. Le storie dipinte nel chiostro hanno conservato anche questa consuetudine, lasciandoci l’immagine delle persone che venivano a San Felice per chiedere consolazione e guarigione.
La devozione non rimaneva racchiusa nel sotterraneo. Nella memoria delle processioni verso il santuario della Madonna del Fosco è rimasta l’abitudine di passare presso il sarcofago e rendere omaggio al martire prima di riprendere il cammino. La cripta entrava così dentro una geografia religiosa più ampia, nella quale San Felice e il Fosco appartenevano allo stesso paesaggio della fede vissuta dalla gente di Giano e delle campagne circostanti.
Una devozione custodita nei secoli
Le comunità religiose che si sono succedute nell’Abbazia hanno ricevuto insieme con la casa anche la custodia della cripta. I Benedettini, gli Agostiniani e, dal 1815, i Missionari del Preziosissimo Sangue hanno abitato epoche molto diverse, mentre sotto il presbiterio continuava a trovarsi il luogo verso il quale il popolo scendeva per san Felice. La continuità del culto attraversò così trasformazioni architettoniche, soppressioni e cambiamenti di comunità senza perdere il rapporto con la popolazione.
Le cronache dei Missionari permettono ancora nell’Ottocento di vedere la cripta preparata con cura in occasione della festa del 30 ottobre. Il sotterraneo veniva ripulito e imbiancato, la novena conduceva verso la solennità e nel giorno della festa il popolo riempiva la chiesa, accostandosi alle confessioni e alla venerazione della reliquia. Dietro quelle annotazioni continua a intravedersi la stessa relazione che aveva portato generazioni precedenti alla tomba del martire.

La cripta che vediamo oggi
Anche questo ambiente antico porta i segni del grande restauro compiuto tra il 1954 e il 1957. Le colonne della cripta ricevettero nuove fondazioni, collegate tra loro mediante cordoni di cemento, mentre il pavimento venne rimosso e poi ricomposto impiegando le pietre originarie. Sopra di essa fu aperto completamente anche il pavimento del presbiterio, lasciando allo scoperto la parte inferiore delle volte per consentirne il consolidamento.
Durante gli stessi lavori riemerse l’antica organizzazione degli accessi. Prima del restauro la cripta possedeva tre ingressi e il presbiterio era raggiunto attraverso due scale a bracci; rimuovendo il pavimento furono individuate le tracce di un’unica scala centrale più antica. I restauratori decisero di ricostruirla e da quella scelta deriva in gran parte l’assetto con il quale oggi il visitatore passa dalla navata al presbiterio e alla cripta.
Il cantiere interessò in profondità l’intera chiesa e portò alla luce strutture e sepolture delle quali si era progressivamente perduta memoria. La pagina Il grande restauro dell’Abbazia (1954-1957) permette di seguire più da vicino ciò che venne compiuto e ciò che riemerse durante quei lavori.
Quando nel 2026 si aprì un altro silenzio
Nel luglio 2026 la cripta ha restituito un’altra pagina della propria storia. Durante la ricognizione compiuta a Norcia sul corpo di mons. Gaetano Bonanni, le ossa maggiori furono separate dalle parti ossee minute e dagli altri piccoli resti, indicati come exuviae. Le ossa maggiori vennero deposte in una nuova cassetta monumentale, destinata a sostare una notte a San Felice prima della traslazione definitiva a Roma, nella chiesa dei Crociferi. Le exuviae rimasero invece nella precedente cassetta, che fu nuovamente sigillata dal Cancelliere della Curia e dal Provinciale e destinata a essere custodita stabilmente nella cripta di San Felice. Fu nel preparare questa duplice sistemazione che venne aperto il vano ricavato sotto la scala centrale negli anni del grande restauro, dove dalla metà del Novecento erano conservati anche resti provenienti dall’antica tomba dei Missionari della Casa Madre.
Accanto alle cassette che conservavano ancora elementi di riconoscimento riferibili a fra Giosafat Petrocchi e don Vincenzo De Nicola e ai resti di don Martino Pompili, sacerdote diocesano, furono trovati altri resti raccolti in contenitori diversi. Il confronto con la documentazione della Casa e con i necrologi permise di comprendere che i Missionari rimossi dalla loro antica sepoltura durante i lavori degli anni Cinquanta non erano stati dispersi insieme alle numerose ossa anonime trasferite nei cimiteri: erano stati custoditi nello stesso vano, anche quando l’identità individuale di alcuni corpi non era più riconoscibile.
La ricognizione consentì di raccogliere nuovamente quei resti in una sistemazione dignitosa e di restituire alla memoria della Casa i nomi dei confratelli legati a quella sepoltura, senza attribuire arbitrariamente a ciascuno ossa che non potevano più essere riconosciute individualmente. La loro vicenda appartiene alla pagina La Casa custodisce i suoi figli, nella quale la storia dei Missionari sepolti a San Felice viene raccontata insieme alla riscoperta del 2026.

Nel cuore della casa
Scendere nella cripta significa così attraversare molti secoli nello spazio di pochi passi. Il martire rimane al centro, nell’antica arca di pietra attorno alla quale è cresciuta l’Abbazia; intorno a lui sono rimasti il passaggio dei pellegrini e le preghiere per la guarigione, mentre la Casa Madre ha affidato allo stesso luogo anche la memoria di alcuni dei suoi primi Missionari.
Il silenzio che si incontra sotto il presbiterio non appartiene perciò a uno spazio rimasto vuoto nel tempo. È un silenzio abitato da preghiere, memorie e presenze che generazioni diverse hanno continuato ad affidare a queste pietre. La cripta conserva così la funzione più antica di San Felice: raccogliere la memoria dei morti dentro la preghiera dei vivi.
Per conoscere e approfondire
Felice Santini, L’Abbazia di S. Felice presso il castello di Giano, C.PP.S., Roma, 1999.
Visit Giano – Comune di Giano dell’Umbria, Abbazia di San Felice e Il martirio di San Felice.
Memoria manoscritta, Lavori eseguiti nella chiesa di S. Felice nel 1954-57, ad opera della Sovrintendenza ai monumenti e del Genio Civile di Perugia.
Cronache e documentazione della Casa Madre di San Felice, per la devozione al martire, la festa del 30 ottobre e la storia delle sepolture.
Verbale della ricognizione del 22 luglio 2026, relativo all’apertura del vano sottoscala e alla sistemazione dei resti custoditi nella cripta.