
I Missionari del Preziosissimo Sangue al servizio delle Chiese locali
La storia dei Missionari del Preziosissimo Sangue non è rimasta racchiusa nelle Case di Missione. In tempi e luoghi diversi alcuni confratelli furono chiamati dalla Chiesa al ministero episcopale; altri appartengono alle origini dell’opera missionaria e incontrarono l’episcopato prima che la Congregazione assumesse la configurazione che avrebbe avuto in seguito. Ciò che interessa in queste pagine non è allineare mitrie, sedi e date. È osservare che cosa accadde quando uomini formati alla missione ricevettero la responsabilità stabile di una Chiesa locale.
Le risposte furono diverse, perché diverse erano le Chiese. A Norcia occorreva dare consistenza a una diocesi appena ricostituita. In Svizzera un vescovo fu costretto all’esilio durante il Kulturkampf. Negli Stati Uniti bisognava aprire scuole e organizzare diocesi giovani; nel Xingu la pastorale percorreva fiumi e distanze immense. In Italia alcuni episcopati attraversarono terremoti, guerre e trasformazioni sociali profonde. La vocazione missionaria non scomparve quando arrivò la nomina episcopale: cambiò forma.
Le fonti non parlano con la stessa abbondanza di tutti. Per alcuni conservano lettere pastorali, visite, fondazioni, episodi quotidiani. Per altri rimangono soprattutto cronotassi e poche tracce. La misura del racconto segue quindi la misura della documentazione. È un limite che conviene rispettare: una pagina storica perde più dalla retorica aggiunta che da una lacuna dichiarata.
Alle origini: prima che le categorie fossero così nette
Le prime figure richiedono una precisazione. Francesco Albertini e Gaetano Bonanni appartengono alla stagione dalla quale nascerà l’esperienza dei Missionari del Preziosissimo Sangue, quando forme istituzionali e appartenenze non coincidono ancora con quelle dei decenni successivi. Guglielmo Aretini-Sillani percorse invece la strada inversa: fu vescovo per quasi vent’anni e, deposto il governo della diocesi, volle entrare nella Congregazione come Missionario. Proprio queste differenze rendono visibile quanto stretto fosse, fin dalle origini, il rapporto tra missione, formazione del clero e servizio alle Chiese.
Gaetano Bonanni. Dalla prima Casa a una diocesi appena ricostituita

Gaetano Bonanni appartiene alle fondamenta della storia di San Felice. Quando nell’agosto 1815 la Casa di Missione aprì la propria vita, fu lui a riceverne per primo la responsabilità. Aveva già lavorato con Gaspare del Bufalo e conosceva la concretezza di una fondazione nella quale la predicazione doveva misurarsi con una comunità reale, con l’ordine della casa e con la formazione di uomini destinati al ministero.
Quando nel 1820 cominciò a circolare a Roma il suo nome per la sede di Norcia, cercò di sottrarsi. Definì l’episcopato un «gravissimo peso formidabile agli Angeli» e chiese che si intervenisse perché la nomina non andasse avanti. Non era una ritrosia di maniera. Norcia era stata da poco ricostituita come diocesi e affidarla a un nuovo vescovo significava chiedergli di dare forma concreta a una struttura ecclesiale che sulla carta esisteva già e sul territorio doveva ancora consolidarsi.
Bonanni entrò in diocesi nel 1821. Visitò parrocchie disperse in un territorio montuoso, preparò una carta topografica, convocò nel 1823 il primo sinodo della sede restaurata e si occupò con particolare attenzione del seminario. Nel 1825 pubblicò Lo spirito sacerdotale rinnovato, destinato al ritiro annuale dei sacerdoti; nel 1834 fece stampare le Regole per i chierici del venerabile Seminario vescovile di Norcia. La formazione del clero, già centrale nell’esperienza missionaria, diventava così parte del governo diocesano.
La missione continuò a entrare nella vita della diocesi. Nel novembre 1828 Bonanni accolse a Norcia una missione dei Missionari del Preziosissimo Sangue. Negli anni successivi proseguì le visite pastorali anche quando una grave infermità al piede lo costrinse alla lettiga. Una memoria lo segue lungo la strada per Visso: uno dei portatori bestemmia, il vescovo fa deporre la lettiga, lo paga e lo congeda. Solo dopo si pone il problema di come continuare il viaggio con tre uomini invece di quattro. Ripartono più lentamente. È una scena piccola e concreta, capace di restituire un episcopato consumato sulle strade molto più di quanto potrebbe fare una serie di formule celebrative.
Francesco Albertini. Una Chiesa ricevuta alla fine del cammino

Francesco Albertini precede la Congregazione nella sua configurazione storica. Fondatore nel 1808 dell’Arciconfraternita del Preziosissimo Sangue, direttore spirituale di Gaspare del Bufalo e figura decisiva nella maturazione di quella spiritualità che avrebbe segnato l’opera missionaria, venne nominato il 29 marzo 1819 vescovo di Terracina, Sezze e Priverno. Morì il 24 novembre dello stesso anno.
Nove mesi di episcopato non autorizzano a costruire retrospettivamente programmi pastorali che le fonti non consegnano. La sua presenza rimane però significativa. L’uomo che aveva contribuito a dare un centro spirituale alla missione ricevette alla fine della vita una Chiesa situata in un territorio difficile, nel quale violenza e brigantaggio rendevano urgente anche la ricostruzione della convivenza civile. Albertini resta così una figura di soglia, collocata tra il grembo spirituale dell’opera missionaria e il servizio episcopale.
Guglielmo Aretini-Sillani. Il vescovo che volle diventare Missionario

Con Guglielmo Aretini-Sillani il percorso si rovescia. Nato a Sigillo il 18 agosto 1786, rimase orfano di madre alla nascita e crebbe nella casa parrocchiale accanto allo zio sacerdote Francesco Sillani. Entrato nel seminario di Nocera, si formò in filosofia, teologia e diritto e, ancora prima dell’episcopato, condivise il ministero della predicazione con Gaspare del Bufalo e Vincenzo Maria Strambi nelle missioni popolari dell’Umbria e delle Marche. Fu professore di filosofia, canonico, teologo della cattedrale e rettore del seminario. Gregorio XVI lo elesse nel 1835 alle sedi unite di Terracina, Sezze e Priverno.
La cronaca di Sezze conserva un gesto che aiuta a comprendere il suo modo di abitare una diocesi composta da tre antiche Chiese. Nel Natale del 1842 volle celebrare nelle tre cattedrali di Terracina, Priverno e Sezze. La fonte ricorda il gesto come espressione del suo «imparziale affetto» verso tutte. Era un episcopato nel quale la geografia stessa chiedeva al pastore di non lasciare che una sede percepisse l’altra come privilegiata.
Alla fine del 1853 rinunciò al governo diocesano. Il 9 febbraio 1854 entrò nella Casa di Missione di Frosinone per iniziare il probandato. Colagiovanni gli attribuisce l’esclamazione Haec requies mea!, «questo è il mio riposo». Aveva sessantasette anni e alle spalle quasi vent’anni di episcopato. Non cercava una pensione ecclesiastica. Chiedeva di poter diventare, per quanto consentito dalla dignità episcopale che continuava a portare, un semplice Missionario.
Pochi mesi dopo quella scelta lo troviamo a San Felice. Nell’estate del 1854 l’arcivescovo di Spoleto Giovanni Battista Arnaldi volle che il clero della diocesi compisse qui gli esercizi spirituali, distribuito in sette turni consecutivi. Merlini raggiunse l’Abbazia in anticipo per preparare la casa e propose proprio Aretini-Sillani come predicatore. Le memorie descrivono sacerdoti che arrivano a dorso di mulo o di somaro, non tutti entusiasti di essere stati convocati. L’intenzione di Arnaldi era chiara: gli esercizi dovevano ridestare lo zelo sacerdotale in un tempo segnato da scoraggiamento e difficoltà. Era l’estate che precedeva di pochi mesi la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione.
La presenza di Sillani a San Felice non terminò con gli esercizi. Proprio in quelle settimane maturò l’ampliamento del vicino Santuario della Madonna del Fosco. Merlini ne disegnò la nuova chiesa e il 20 agosto 1854, quando il cantiere venne aperto, fu Aretini-Sillani a benedire la prima pietra. Poi Missionari e fratelli laici si misero al lavoro; lo stesso Direttore generale trasportava pietre e materiali per le fondamenta. Nel giro di pochi mesi il vescovo divenuto Missionario si era dunque inserito nella formazione del clero spoletino e nella vita religiosa di quel territorio al quale San Felice apparteneva.
Negli anni successivi visse a Roma nella Casa dei Crociferi, a Santa Maria in Trivio. La memoria di Sigillo lo ricorda ancora impegnato nella predicazione e in una carità largamente esercitata, con particolare attenzione anche ai poveri del paese natale, che facevano giungere le proprie richieste attraverso il pievano e persone di fiducia. Nella tradizione locale fu chiamato «il santo dei Crociferi». Il soprannome non sostituisce il giudizio della Chiesa; conserva però la memoria lasciata da un vescovo che, entrato nella Congregazione, continuò per oltre vent’anni a vivere come Missionario.
Il rapporto con Merlini avrebbe accompagnato anche gli ultimi anni. Quando il Direttore generale morì nel gennaio 1873, Aretini-Sillani celebrò la Messa esequiale nella chiesa dei Crociferi. Aveva ottantasei anni. Terminata la celebrazione, il carro funebre prese la strada del Verano, seguito dai Missionari, dalle suore e da una grande folla. Aretini-Sillani percorse a piedi l’intero tragitto. Diciannove anni prima aveva chiamato Merlini suo «direttore generale» e si era affidato alla sua guida nel passaggio dall’episcopato alla vita missionaria; ora accompagnava fino alla sepoltura l’uomo al quale lo legava una lunga consuetudine spirituale.
«Cominciò con l’essere un uomo che incarnava un ideale e finì con essere un ideale incarnato in un uomo».
Guglielmo Aretini-Sillani, nel ricordo di Giovanni Merlini
Morì a Roma il 12 agosto 1875, a pochi giorni dall’ottantanovesimo compleanno. Alla chiesa di Sant’Andrea di Sigillo lasciò una pianeta rossa ricamata in oro, un messale con il proprio stemma e un camice. Anche questi oggetti, conservati dalla memoria locale, riportano la sua biografia lontano dalle categorie del prestigio: dopo quasi vent’anni di episcopato, gli ultimi ventuno furono quelli di un vescovo che aveva chiesto di tornare Missionario.
Eugène Lachat. Restare vescovo anche senza poter abitare la propria sede

Eugène Lachat porta la storia fuori dall’Italia. Studiò filosofia e teologia ad Albano, entrò tra i Missionari del Preziosissimo Sangue e, ordinato sacerdote nel 1842, svolse attività di missionario popolare in Italia. Passò poi al santuario di Notre-Dame des Trois-Épis e al ministero parrocchiale. Nel 1863 venne eletto vescovo di Basilea.
Il suo episcopato venne presto coinvolto nel Kulturkampf svizzero. Dopo il Concilio Vaticano I pubblicò le decisioni conciliari e nel 1873 le autorità cantonali lo deposero e lo espulsero da Soletta. Lachat continuò a governare la diocesi da Lucerna. Per circa undici anni visse la singolare condizione di un vescovo separato dalla propria sede e ancora responsabile della Chiesa che gli era stata affidata.
Proprio in quella situazione la formazione del clero divenne una priorità. Dopo la soppressione del seminario di Soletta, nel 1878 venne istituito a Lucerna il seminario di San Beato. Nel 1884 la Santa Sede gli chiese di rinunciare alla diocesi di Basilea per favorire la soluzione del conflitto; l’anno seguente divenne primo amministratore apostolico del Ticino con il titolo arcivescovile di Damiata. La vicenda di Lachat conserva qualcosa della mobilità appresa nella missione: perdere la sede materiale senza cessare di servire la Chiesa e ricominciare altrove quando l’obbedienza lo chiedeva.
Tra Ottocento e Novecento: i Missionari nelle Chiese italiane
Gaetano Caporali. Dal governo della Congregazione a Otranto

Gaetano Caporali appartiene a una stagione singolare dell’Istituto. Fu Superiore Generale dal 1884 e nel 1890 venne chiamato all’arcidiocesi di Otranto. L’episcopato durò fino al 1911. La documentazione oggi più facilmente accessibile consente di ricostruire con sicurezza la cronologia e diversi legami con la famiglia missionaria; non permette ancora di seguire con la stessa precisione il contenuto quotidiano dei suoi ventun anni di governo.
Il rapporto con la Congregazione rimase vivo. Nel 1900 Caporali partecipò a Rimini alle celebrazioni cinquantenarie della Madonna della Misericordia, ospite dei Missionari di Santa Chiara, e presiedette i Vespri solenni nel Duomo. Non basta per trasformare la sua scheda in una biografia pastorale compiuta, e proprio per questo non la carichiamo di aggettivi sostitutivi delle fonti. Gli archivi otrantini restano il luogo nel quale continuare la ricerca.
Salvatore Palmieri. La visita pastorale dentro la vita concreta delle comunità

Salvatore Palmieri aveva già guidato la Congregazione quando nel 1893 divenne arcivescovo di Brindisi. Gli atti delle visite pastorali mostrano un vescovo che entra nella materialità delle chiese: controlla altari, confessionali, suppellettili, registri delle Messe e stato degli arredi. Sono particolari apparentemente minuti. In realtà dicono che il governo pastorale passava anche dalla verifica delle condizioni nelle quali una comunità celebrava e viveva.
Nel 1900 riuscì a riaprire il seminario almeno per i corsi ginnasiali. Nel 1905 approvò la nascente esperienza delle Suore Oblate di Sant’Antonio da Padova, orientata all’educazione e alla carità verso i piccoli e i poveri. Si interessò anche alla restituzione al culto di Santa Maria del Casale. Poco prima della morte, in una lettera pasquale, guardò alla povertà diffusa nella città e richiamò i fedeli più benestanti alla responsabilità verso chi aveva meno. Il suo episcopato emerge così non da un’unica grande opera, quanto dalla cura di una Chiesa nelle sue necessità ordinarie.
Luigi Fantozzi. Dalla formazione dei giovani alla ricostruzione di Veroli

Luigi Fantozzi nacque a Sigillo il 12 luglio 1853 e fu inviato per gli studi al seminario di Nocera. Si distinse al punto che il vescovo Antonio Pettinari, quando Fantozzi era ancora diacono, gli affidò l’insegnamento della letteratura. Ordinato sacerdote nel 1876, il 20 ottobre 1880 scelse di entrare nella Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue.
La sua preparazione culturale era ampia e comprendeva filosofia, teologia, matematica e musica. Nella Congregazione gli furono affidate presto responsabilità importanti: fu rettore del collegio di Rimini, superiore delle Case di Benevento e di Albano e percorse progressivamente diversi incarichi di governo. Nel primo Capitolo Generale del 1896 fu eletto Definitore generale; nel 1905 divenne Vice Generale.
Quando Pio X lo nominò vescovo di Veroli nel 1909, Fantozzi arrivava dunque all’episcopato dopo quasi trent’anni di vita missionaria, formazione e governo. Sei anni più tardi il terremoto della Marsica colpì duramente anche il territorio verolano. La cattedrale di Sant’Andrea e il campanile subirono gravi danni; parte della torre dovette essere demolita per il pericolo di crollo. Dopo gli interventi necessari la cattedrale poté essere riaperta nel 1917. La ricostruzione materiale appartiene così alla storia concreta di un episcopato durato oltre vent’anni.
Nel 1931, ormai anziano, rinunciò alla diocesi e ricevette il titolo di arcivescovo titolare di Dara. Tornò allora a vivere in una Casa dei Missionari a Santeramo in Colle, in Puglia, dove morì nel gennaio 1932. Anche il termine della sua vita riporta alla Congregazione nella quale era entrato più di cinquant’anni prima: dalla formazione dei giovani al governo dell’Istituto, dalla diocesi ferita dal terremoto alla Casa missionaria nella quale concluse il cammino.
Ciro Pontecorvi. Dalla predicazione e dalle visite apostoliche alla Chiesa di Urbino

Ciro Pontecorvi nacque a Sonnino il 29 gennaio 1860. Dopo gli studi e l’ordinazione sacerdotale svolse un’intensa attività di predicazione. Il Bollettino dell’Istituto ricorda il suo ministero nelle cattedrali di Perugia, Ancona, Lucca, Otranto, Bari e Benevento, accanto alle missioni celebrate nelle chiese dei piccoli paesi. Fu Superiore della Casa di Rimini, Segretario Generale e Postulatore.
Nel 1907 e nel 1908 la Santa Sede lo incaricò come Visitatore Apostolico nelle diocesi di Alatri, Veroli, Orvieto, Conza e Campagna, Muro Lucano, Venosa, Melfi, Sant’Angelo dei Lombardi e Lacedonia. Era un ministero che chiedeva capacità di osservare, ascoltare e intervenire in situazioni spesso delicate. Quando nel 1909 venne nominato arcivescovo di Urbino, il passaggio al governo diocesano non rappresentò quindi l’ingresso improvviso in un mondo sconosciuto.
«La salute delle anime redente da G. Cristo col suo Prezioso Sangue».
Ciro Pontecorvi, prima Lettera Pastorale
Con queste parole Pontecorvi riassunse il programma del proprio episcopato. Il tempo fu breve. La salute si indebolì rapidamente e morì nel 1911, a cinquantuno anni. In lui il linguaggio del Missionario passò quasi senza soluzione di continuità nella voce del vescovo.
Alessio Ascalesi. Napoli: catechesi, formazione e guerra

Alessio Ascalesi nacque nel 1872. Entrato tra i Missionari del Preziosissimo Sangue, fu ordinato sacerdote nel 1895. Nel 1909 venne chiamato alla diocesi di Muro Lucano, passò poi a Sant’Agata de’ Goti e nel 1915 divenne arcivescovo di Benevento. Benedetto XV lo creò cardinale nel 1916. Nel 1924 Pio XI lo trasferì a Napoli, dove sarebbe rimasto fino alla morte nel 1952.
A Napoli la scala stessa della diocesi trasformava il governo in un’impresa quotidiana. Ascalesi promosse nuove parrocchie e sostenne la catechesi attraverso centri interparrocchiali e confraternite della dottrina cristiana, chiedendo anche la collaborazione dei laici. La formazione sacerdotale divenne una delle opere più visibili del suo episcopato. La vecchia sede del seminario non rispondeva più alle esigenze della diocesi; il cardinale coinvolse clero e fedeli nella costruzione della nuova casa sulla collina di Capodimonte. I lavori iniziarono nel 1930 e il seminario venne inaugurato nel giugno 1934.
Poi Napoli entrò negli anni della guerra. I bombardamenti colpirono duramente la città e nel 1942 Pio XII scrisse ad Ascalesi associandosi al dolore della popolazione. Il lungo episcopato napoletano non si comprende dunque a partire dal cappello cardinalizio. La porpora fu un dato della sua biografia; la vita quotidiana della Chiesa passò attraverso parrocchie da organizzare, preti da formare e una città da accompagnare mentre veniva ferita dalla guerra.
Negli Stati Uniti: quando la missione prende la forma della scuola e della diocesi
Joseph Gregory Dwenger. Dall’orfanotrofio alla scuola cattolica

Joseph Gregory Dwenger entrò nella storia dei Missionari attraverso una perdita. Nel 1849, durante l’epidemia di colera nell’Ohio, sua madre morente affidò il figlio dodicenne a padre Andrew Kunkler C.PP.S. Il ragazzo crebbe con i Missionari, entrò nella Congregazione e fu ordinato sacerdote nel 1859. Poco dopo gli venne affidata la formazione e divenne il primo rettore di St. Charles Seminary.
La storia dell’acquisto della proprietà di Carthagena conserva persino un particolare rivelatore del clima nel quale i cattolici vivevano. Nel negoziare il terreno, Dwenger evitò inizialmente di presentarsi come sacerdote, temendo che l’anticattolicesimo compromettesse l’accordo. Quel luogo sarebbe diventato una delle case formative più importanti della Provincia americana.
Nel 1872 fu scelto come secondo vescovo di Fort Wayne. L’educazione cattolica divenne una delle linee più riconoscibili del suo episcopato. Organizzò il sistema delle scuole parrocchiali, sostenne Saint Joseph’s College, fondò un orfanotrofio e scuola di lavoro per ragazzi a Lafayette e un’istituzione analoga per ragazze a Fort Wayne. Il bambino che era stato affidato ai Missionari dopo la morte della madre dedicò una parte decisiva del proprio ministero a creare luoghi nei quali altri giovani potessero essere custoditi e formati.
Dwenger partecipò anche alla vita della Chiesa cattolica degli Stati Uniti durante una fase di forte espansione. Al III Concilio Plenario di Baltimora ebbe un ruolo rilevante e fu scelto per presentare a Leone XIII i decreti dell’assemblea. In lui la missione assunse un linguaggio tipicamente americano: scuole, istituzioni educative, cura degli orfani e formazione del clero.
Joseph Mary Marling. Una diocesi nuova che imparò presto a donare

Joseph Mary Marling fu Superiore provinciale dei Missionari e partecipò all’apertura dell’Istituto verso l’America Latina. Dopo la seconda guerra mondiale seguì l’invio di aiuti in Germania e Austria. Quando alle congregazioni religiose venne chiesto un maggiore impegno nel continente latinoamericano, visitò diversi Paesi e individuò nel Cile un campo possibile per la presenza C.PP.S.
Nel 1947 fu nominato vescovo ausiliare di Kansas City e nel 1956 divenne il primo vescovo della nuova diocesi di Jefferson City. Qui la costruzione di una Chiesa locale ebbe una dimensione quasi letterale: durante il suo episcopato sorsero una nuova cattedrale, numerose chiese e scuole, un seminario superiore, un Newman Center e il giornale diocesano.
La diocesi appena nata non rimase però ripiegata sulla propria organizzazione. Marling promosse una presenza missionaria in Perù e, in alcuni periodi, circa il dieci per cento del clero di Jefferson City vi prestava servizio. Una Chiesa giovane, ancora impegnata a costruire le proprie strutture, scelse di condividere sacerdoti con un’altra realtà. È forse uno dei segni più chiari di quanto la formazione missionaria del primo vescovo continuasse a orientarne il governo.
Joseph Leo Charron. Dalla teologia morale al governo di Des Moines

Joseph Leo Charron, nato nel 1939, entrò nei Missionari del Preziosissimo Sangue nel 1965 e venne ordinato sacerdote nel 1967. Studiò teologia morale a Roma, insegnò alla Saint John’s University e lavorò presso organismi della Conferenza episcopale statunitense. Dal 1979 al 1987 fu Provinciale della Provincia di Kansas City.
Giovanni Paolo II lo nominò nel 1989 vescovo ausiliare di Saint Paul and Minneapolis e nel 1993 vescovo di Des Moines. Guidò la diocesi per oltre tredici anni. Le memorie diocesane ne ricordano l’accessibilità e l’attenzione alla vita pastorale. Durante il suo governo furono applicate anche le nuove norme statunitensi per la tutela dei minori adottate nel 2002, una responsabilità che in quegli anni entrò con forza nella vita ordinaria delle diocesi americane. Si ritirò nel 2007 per motivi di salute e continuò, per quanto gli fu possibile, il ministero di ritiri e celebrazioni.
Il Xingu. Una Congregazione accompagna la nascita di una Chiesa
La storia del Xingu non può essere ridotta alla successione di tre vescovi. Nel 1934 Pio XI affidò ai Missionari del Preziosissimo Sangue la nuova Prelazia, un territorio amazzonico vastissimo, segnato da distanze che trasformavano ogni spostamento in parte del ministero. Le comunità si raggiungevano in larga misura attraverso i fiumi e la presenza ecclesiale doveva essere costruita lentamente, senza poter contare sulla rete di strutture che nelle diocesi più antiche era ormai data per scontata.
Clemente Geiger. La prima forma stabile della Prelazia
Clemente Geiger fu amministratore apostolico del Xingu dal 1935 e, dal 1948, primo vescovo-prelato. Rimase alla guida fino al 1971. Il suo ministero appartiene alla stagione pionieristica della presenza C.PP.S. in Amazzonia, quando occorreva visitare comunità lontane, stabilire presenze pastorali e costruire progressivamente una rete ecclesiale capace di reggere le distanze del territorio.
Le memorie della Prelazia ricordano viaggi lungo i fiumi, contatti con popolazioni indigene e comunità rivierasche, celebrazioni nei luoghi raggiungibili solo dopo lunghi spostamenti. In questa fase la missione non affiancava una diocesi già organizzata: contribuiva a darle una forma.
Eurico Kräutler. Continuare ciò che altri avevano cominciato

Nel 1971 a Geiger succedette Eurico Kräutler C.PP.S., che guidò la Prelazia fino al 1981. La sua presenza rappresenta un passaggio meno appariscente e per questo importante. La stessa famiglia missionaria continuava ad assumere la responsabilità di un territorio nel quale il consolidamento delle comunità e delle strutture ecclesiali richiedeva continuità più che gesti isolati.
Erwin Kräutler. Il Vangelo dentro le ferite dell’Amazzonia

Erwin Kräutler arrivò in Brasile come giovane Missionario nel 1965. Prima dell’episcopato insegnò, svolse incarichi pastorali e amministrativi nella Prelazia e conobbe direttamente le comunità del territorio. Divenne vescovo-prelato nel 1981 e rimase alla guida del Xingu fino al 2015.
Il suo ministero si svolse in un’Amazzonia attraversata da conflitti legati alla terra, ai grandi progetti infrastrutturali e ai diritti delle popolazioni indigene. Fu presidente del Consiglio Indigenista Missionario, ricevette minacce di morte e visse per lunghi periodi sotto protezione. Le sue prese di posizione suscitarono anche contestazioni e letture differenti in campo politico e sociale. La documentazione ecclesiale permette però di riconoscere il criterio pastorale dal quale egli dichiarava di partire: la difesa della vita e della dignità delle popolazioni affidate alla sua Chiesa.
Nel 2019 la Prelazia del Xingu venne soppressa e papa Francesco eresse la diocesi di Xingu-Altamira. Guardata da quel passaggio, la successione Geiger, Eurico ed Erwin Kräutler racconta quasi ottant’anni nei quali la Congregazione accompagnò un territorio missionario fino alla configurazione di una Chiesa diocesana.
Un legame singolare: Giovanni Maria Mastai Ferretti, il futuro Pio IX

Giovanni Maria Mastai Ferretti non fu membro della Congregazione. La sua presenza in questa pagina nasce da un legame diverso e storicamente documentato. Ancora sacerdote si unì all’attività dei Missionari come missionario ausiliare del Preziosissimo Sangue e mantenne rapporti con uomini dell’Istituto, tra i quali Giovanni Merlini.
Quel rapporto riemerse durante l’esilio di Pio IX a Gaeta. Merlini vi si recò con Beniamino Romani e gli presentò la richiesta relativa alla festa del Preziosissimo Sangue. Il 10 agosto 1849 venne promulgato il decreto Redempti sumus, con il quale la celebrazione fu estesa alla Chiesa universale. Il futuro Papa che aveva condiviso la predicazione con i Missionari appartiene dunque a questa storia per prossimità apostolica, senza essere trasformato retroattivamente in confratello.
Non una galleria d’onore
Guardate insieme, queste biografie non costruiscono una linea ascendente di carriere ecclesiastiche. Raccontano piuttosto il modo in cui il carisma missionario fu messo alla prova da responsabilità molto diverse. Bonanni dovette dare consistenza a una diocesi appena restaurata; Lachat continuò a governare mentre era lontano dalla sede; Dwenger trasformò l’educazione cattolica in una priorità; Marling edificò le strutture di una diocesi nuova e, nello stesso tempo, ne mandò i sacerdoti in missione; nel Xingu la Congregazione accompagnò per generazioni il passaggio da territorio missionario a Chiesa locale.
Anche le figure più vicine alla storia italiana mostrano la stessa dinamica. Palmieri entra nelle chiese per verificarne la vita concreta; Pontecorvi porta nella prima pastorale il linguaggio del Preziosissimo Sangue; Ascalesi investe sulla formazione del clero mentre Napoli attraversa una delle stagioni più drammatiche della propria storia. Aretini-Sillani, infine, ricorda che la relazione tra episcopato e missione poté essere anche inversa: dopo aver governato una diocesi volle tornare alla predicazione e alla vita della Congregazione.
San Felice guarda questa storia da un luogo particolare. Qui, nella prima Casa della Congregazione, la missione dovette imparare fin dall’inizio che l’annuncio non vive senza uomini formati, senza responsabilità quotidiana e senza una casa capace di accogliere. Da queste mura partì Gaetano Bonanni verso Norcia. Qui Aretini-Sillani predicò al clero spoletino nell’estate del 1854 e, poche settimane dopo, benedisse la prima pietra del nuovo Santuario del Fosco. Molto più tardi altri confratelli avrebbero percorso strade americane o fiumi amazzonici. Cambiavano le distanze e i problemi; rimaneva la stessa domanda consegnata a ogni missionario: come servire il popolo che la Chiesa gli affida?
Fonti e riferimenti per approfondire
Archivio Generale dei Missionari del Preziosissimo Sangue, fondi personali e documentazione relativa ai Missionari chiamati all’episcopato; Bollettino dei Missionari del Preziosissimo Sangue, annate storiche.
Michele Colagiovanni, Vita di monsignor Gaetano Bonanni. Alle radici della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue, Stilgraf, Cesena, 2022; Michele Colagiovanni, Giovanni Merlini. Ventiquattro ore al giorno, per Aretini-Sillani, gli esercizi spirituali del clero spoletino del 1854, il Santuario del Fosco e gli ultimi giorni di Giovanni Merlini.
Abbazia di San Felice, Gaetano Bonanni. Una vita consegnata; per il legame fra San Felice e le origini della Congregazione.
Due palmi sopra il cuore, Quattromila scudi e una chiesa da costruire, per il progetto di Giovanni Merlini e la benedizione della prima pietra del Santuario della Madonna del Fosco da parte di Aretini-Sillani il 20 agosto 1854.
Historisches Lexikon der Schweiz, voce Eugène Lachat e contributi sulla storia ecclesiastica di Lucerna e Soletta durante il Kulturkampf.
Archivio Capitolare della Basilica Concattedrale di Sezze, cronotassi dei vescovi, per Guglielmo Aretini-Sillani e le sedi di Terracina, Sezze e Priverno.
Associazione Grifo Bianco, Sigillo, Personaggi illustri di Sigillo, per i profili biografici di Guglielmo Aretini-Sillani e Luigi Fantozzi. Le notizie sono utilizzate in confronto con le fonti ecclesiastiche e con la documentazione della Congregazione.
Diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino e BeWeB – Chiesa Cattolica Italiana, per Luigi Fantozzi e la cattedrale di Sant’Andrea a Veroli dopo il terremoto del 1915.
Arcidiocesi di Brindisi-Ostuni e studi di Giacomo Carito, per gli atti di visita pastorale e l’episcopato di Salvatore Palmieri.
Arcidiocesi di Napoli, documentazione sull’episcopato e sul Seminario Arcivescovile “Cardinale Alessio Ascalesi”.
Missionaries of the Precious Blood – United States, studi biografici su Joseph Gregory Dwenger, Joseph Mary Marling e storia di St. Charles Seminary.
Diocese of Des Moines, profilo di Joseph Leo Charron C.PP.S..
Diocese de Xingu-Altamira, storia della Prelazia del Xingu; Conferência Nacional dos Bispos do Brasil, documentazione su Erwin Kräutler e sulla trasformazione della Prelazia nella diocesi di Xingu-Altamira.
Missionari del Preziosissimo Sangue, 200 anni di noi e documentazione storica della Congregazione, con particolare riferimento ai Capitoli Generali e ai confratelli chiamati al ministero episcopale.