I Fratelli. La missione vissuta con le mani

Copertina storica della pagina I Fratelli. La missione vissuta con le mani, con l'Abbazia di San Felice e antichi ritratti

La missione vissuta con le mani

Nelle fotografie antiche della Congregazione è facile cercare subito i sacerdoti, i superiori, i predicatori dei quali sono rimaste lettere e libri. Accanto a loro, però, vissero uomini dei quali spesso non possediamo una predica, una firma importante o una carica da annotare. Il linguaggio dell’epoca li chiamava Fratelli Inservienti o Fratelli Laici; più tardi sarebbe diventato familiare anche il nome di fratelli coadiutori. Il centenario del 1915 li definiva «umili operai» e arrivava a dire che forse, nei disegni di Dio, a loro potevano essere attribuiti frutti delle missioni più clamorose.

È un’intuizione quasi commovente. Mentre il Missionario predicava, qualcuno aveva preparato il viaggio, cucinato, riparato una porta, cucito un abito, curato un orto, sistemato una stanza per un ospite, assistito un confratello malato. Molte conversioni ascoltarono una voce dal pulpito, ma quella voce aveva potuto arrivare fin lì anche perché, dietro di essa, altri avevano servito senza essere visti.

Il sarto che entrava nelle case parlando di Dio

Giosafat Petrocchi era stato marito e padre. Aveva una famiglia agiata, dei figli e un mestiere. Quando rimase vedovo e vide i figli ormai avviati, lasciò la propria terra e venne nell’Umbria. Sapeva cucire e decise di servirsi di quel poco mestiere per entrare nelle case. Portava ago, filo e stoffa, ma mentre lavorava raccontava vite di santi, parlava dei misteri della fede, invitava la famiglia a pregare insieme e cercava di riaccendere dove poteva «la scintilla della fede e del bene».

È difficile immaginare oggi un apostolato più domestico. Nessun palco, nessun manifesto, nessun programma. Un sarto seduto vicino alla finestra di una casa contadina, le mani impegnate sul tessuto e la conversazione che lentamente scivola verso Dio. Il testo del 1915 osa dire che otteneva risultati quasi maggiori di quelli di un Missionario. Forse perché non arrivava come qualcuno che doveva fare una predica: entrava per lavorare, rimaneva abbastanza a lungo da conoscere la famiglia e lasciava che il Vangelo passasse dentro la conversazione ordinaria.

San Gaspare lo accolse a San Felice benché fosse già settantenne. Lì l’uomo che aveva guidato una famiglia imparò la Regola «come un fanciullo». Faceva il sagrestano, questuava per il santuario, pregava nella cripta del martire Felice e aiutava gli altri fratelli a vivere con pietà. Conobbe anche le asprezze della vita comune. Le fonti ricordano che sopportò durezza perfino da parte di alcuni confratelli senza andare a lamentarsene dai superiori. Non c’è bisogno di idealizzare quel particolare: basta riconoscervi la povertà concreta di una comunità fatta di uomini, nella quale anche un uomo buono poteva essere ferito da un altro uomo buono.

Nomi piccoli nelle cronologie, vite grandi nelle Case

Dopo Petrocchi il centenario lascia sfilare altri nomi quasi in punta di piedi. Francesco Padovani e Antonio Capotosto erano già ricordati dal Rizzoli per la loro pietà. Luigi Falcioni viene consegnato alla memoria con una sola parola, «laboriosissimo»; Raffaele Marini possedeva attitudini meccaniche non comuni; Domenico Renzi morì in concetto di santità; Domenico Delli Santi fu seguito nella Congregazione dal proprio padre Paolo, ormai anziano e ricordato ancora nel 1915 come un uomo «tutto spirante bontà».

Per molto tempo potrebbe sembrare tutto qui: nomi, date e qualche aggettivo. Poi si aprono le cronache delle Case e i Nuntius Mortis, e quelle righe cominciano improvvisamente a muoversi. I Fratelli ricompaiono con una sporta sulle spalle, un carretto lungo le strade di campagna, un grembiule da cucina, una zappa, un cappotto tirato sulla testa per passare una notte nella neve. È allora che si comprende perché la storia della Congregazione non può essere raccontata soltanto attraverso coloro che predicavano.

Fra Carlo Migani: una notte sotto la neve

Fra Carlo Migani era arrivato nella Congregazione nel 1831 e aveva servito a Giano, Porto Recanati, Pennabilli e Rimini. Era timido, riservato, tanto che se gli si affidavano troppe cose insieme poteva confondersi; quando però aveva capito ciò che gli veniva chiesto, diventava preciso e affidabile. A Pennabilli rimase per mesi praticamente solo a sostenere la vita ordinaria della Casa: serviva la Messa, guidava la Coroncina, dava lo sveglio, provvedeva alla chiesa, cucinava, governava la casa e poi andava nell’orto, senza cercare aiuti esterni.

Una volta, tornando verso Pennabilli attraverso la Carpegna, la neve rallentò tanto il cammino che lo sorprese la notte sulla montagna. Non riusciva più a distinguere la strada. Non c’era una casa alla quale bussare né qualcuno da chiamare. Fra Carlo si sedette sotto un albero, si tirò il cappotto sul capo e passò lì la notte, combattendo contro il sonno e contro il freddo che lo irrigidiva. Alla prima luce riprese il cammino, avanzò con fatica nella neve e arrivò alla Casa con una tranquillità tale che la memoria dei confratelli la sottolineò quasi incredula: come se non fosse accaduto nulla.

Quando anni dopo la malattia lo condusse alla morte, rispondeva ai confratelli che gli domandavano come stesse: «Non c’è male, ce ne andiamo». «E dove?». «In Paradiso». Anche allora volle due volte la benedizione del Superiore. L’obbedienza che aveva governato le sue giornate arrivava fino all’ultima.

Fra Giosuè Montemaggio: la casa paterna che non riuscì a rivedere

Giosuè Montemaggio era riminese. Quando manifestò il desiderio di entrare nella Congregazione, suo padre si oppose con durezza e arrivò a minacciarlo di diseredarlo. Giosuè non tornò indietro. Entrò come Inserviente nel 1855, passò poi per Roma e fu mandato alla Casa di Napoli. Le testimonianze non ne fanno un personaggio senza carattere: era piuttosto focoso, ma facile da contentare, obbediente, devoto, attento ai confratelli e ai poveri.

Con il tempo nacque in lui il desiderio di tornare per qualche tempo a Rimini e sistemare questioni familiari rimaste aperte. Chiese il permesso ai superiori e aspettò la risposta. Non arrivò in tempo. A Napoli scoppiò il colera; Giosuè ne fu colpito, poi sopraggiunse il tifo. Morì il 13 novembre 1865 e fu sepolto nel luogo destinato ai morti di colera. Non sappiamo quale riconciliazione sperasse di compiere tornando a casa, né quali parole avrebbe voluto dire al padre. Proprio questo silenzio rende la vicenda più dolorosa: una porta rimasta aperta nella vita e chiusa dalla morte prima che potesse attraversarla.

Fra Luigi Dirosa: quando il giorno cominciava prima dell’alba

Luigi Dirosa, invece, visse stabilmente a Rimini per decenni. Era figlio di contadini e aveva imparato una forma di laboriosità che non aveva bisogno di essere annunciata. La sua giornata cominciava quando gli altri ancora dormivano. La memoria della Casa racconta che, prima della Messa della Coroncina, aveva già fatto da solo il pane, preparato il caffè e provveduto alla spesa. E prima ancora della levata comune trovava il tempo per percorrere la Via Crucis nella cappella.

Per cinque anni una grave piaga alla gamba lo tormentò con cure, miglioramenti e ricadute. Continuò finché poté. Quando il medico gli disse che la fine era vicina, ricevette i sacramenti e annunciò con semplicità: «Stanotte morirò». Morì il 29 gennaio 1866. Per accompagnarlo al cimitero, i Missionari percorsero nel fango un buon miglio di strada. È una scena quasi speculare alla sua vita: un uomo che per anni aveva camminato per servire la Casa viene accompagnato dai confratelli lungo un’ultima strada fangosa.

Fra Andrea Casali: cercare il pane per far continuare le Missioni

Fra Andrea Casali morì a soli trentasei anni, nel 1873. Aveva trascorso otto anni nella Congregazione e il ricordo della sua vita usa espressioni che sembrerebbero troppo solenni se non fossero accompagnate da fatti molto concreti. La Casa di Rimini viveva in gran parte di elemosine e Andrea divenne un cercatore instancabile. Nei viaggi dormì qualche volta all’aperto, conobbe la fame e continuò ad allargare il raggio della questua sempre più lontano.

Arrivò fino in Toscana. Lì subì oltraggi e venne perfino incarcerato. La ragione per cui continuava a spingersi tanto lontano era elementare e terribilmente concreta: le Missioni avevano bisogno anche del pane terreno per poter continuare. Così un Fratello che non saliva sul palco della missione percorreva strade, bussava alle porte e sopportava umiliazioni perché il Missionario potesse continuare a predicare. E quando riceveva qualcosa non si limitava a ringraziare: ricambiava i benefattori raccontando vite di santi e lasciando qualche parola di fede.

Fra Leopoldo Baldassarini: quando una città volle salutare un Fratello

Fra Leopoldo Baldassarini trascorse circa vent’anni a Rimini e la circolare della sua morte lo definì una vera benedizione per quella Casa. Fu cuoco per anni nonostante una malattia cardiaca che lo accompagnava fin dalla giovinezza; quando servì, sostituì anche il sagrestano e si occupò della chiesa con la stessa cura con cui aveva governato la cucina. Rifuggiva l’ozio e, nel poco tempo libero, leggeva vite di santi e meditava.

Quando nel luglio 1887 fu vicino alla morte, accadde qualcosa che dice più di molti elogi. Andarono a trovarlo quasi tutti i canonici della Cattedrale, numerosi sacerdoti, persone ragguardevoli della città e il Vicario episcopale, che volle visitarlo più volte al giorno. Ai funerali la partecipazione fu tale che un benefattore offrì perfino un sepolcro gentilizio per accoglierne il corpo. Alla celebrazione della settima l’assoluzione al tumulo fu impartita dal vescovo di Bertinoro, mons. Lodovico Leonardi. Un Fratello laico, vissuto tra cucina, sagrestia e lavori quotidiani, ricevette alla morte onori che la stessa cronaca giudicò superiori a quelli riservati a molti sacerdoti.

Fra Nicola Eccli: «Si deve faticare sempre per Gesù Cristo»

Nicola Eccli arrivò tardi. Aveva passato quasi cinquant’anni a fare l’agricoltore nel Trentino quando conobbe Enrico Rizzoli e chiese di entrare nella Congregazione. Fu accolto nel 1873 come questuante e percorse per anni i territori affidati alle Case di Rimini e Pennabilli. Aveva una robustezza fuori dal comune e considerava quasi un peccato il riposo inutile. Quando l’età non gli permise più di andare in questua, passò all’orto. Ripeteva che si deve «faticare sempre per Gesù Cristo».

Negli ultimi anni la mente cominciò a smarrirsi e i confratelli dovettero sorvegliarlo giorno e notte. Eppure rimase in lui una specie di memoria più profonda: bastava la parola del Superiore perché tornasse docile. La circolare della morte sottolinea proprio questa soggezione fiduciosa, rimasta intatta anche quando altre facoltà si erano oscurate. È un particolare tenerissimo: quando la mente non riusciva più a tenere insieme le cose, l’obbedienza conservava ancora una strada conosciuta.

Fra Giovanni Battista Ciavatta: il libro capovolto

Con Giovanni Battista Ciavatta il racconto cambia tono e lascia entrare perfino il sorriso. Era questuante e girava instancabilmente per le campagne con il carretto, la sporta e la fiasca. Raccoglieva grano, vino, legna, fascine, olio, formaggio, castagne e denaro per la Madonna di Rimini, per i Missionari e per le feste. Teneva con precisione sorprendente memoria dei viaggi, dei benefattori e delle scadenze delle offerte. Chiamava la questua la sua «penna e la sua vanga».

Era analfabeta. La cosa, tuttavia, non gli impediva affatto di considerarsi uomo di lettere. Amava discutere di teologia e si poteva vederlo in chiesa serio e raccolto con un libro aperto fra le mani, talvolta persino capovolto. Usciva anche di casa stringendo un foglio accartocciato come se contenesse questioni di grande importanza. Doveva esserci qualcosa di irresistibile in quell’uomo rude e sicuro di sé, perché i contadini lo aspettavano, gli davano ciò che potevano e ascoltavano volentieri le sue parole.

Per decenni percorse la Romagna, il Montefeltro, San Marino e il territorio pesarese. Non lo fermavano rimproveri, insulti, maltempo o notti gelide trascorse in una stalla. Quando morì nel 1924, il lutto non rimase dentro la Casa. La cronaca immagina quasi il vuoto sulle strade di campagna: i contadini non avrebbero più visto arrivare quel carretto né ascoltato le sue benedizioni sui campi, sulle famiglie e sulle speranze.

Una Congregazione vista dalla cucina, dalla sartoria, dall’orto

Guardata dai fratelli, la storia dell’Istituto cambia prospettiva. Le missioni popolari richiedevano predicatori, ma le Case richiedevano ogni giorno legna, pane, bucato, manutenzione, animali, orti, accoglienza e cura degli infermi. E richiedevano anche uomini disposti a uscire, percorrere chilometri, bussare alle porte, ricevere un rifiuto e provare alla casa successiva. Il «frate cercatore», come spesso lo chiamava la gente, non raccoglieva soltanto denaro: teneva materialmente aperta la possibilità della missione.

Petrocchi entrava nelle famiglie con ago e filo; Carlo Migani teneva da solo in piedi una Casa e dormiva sotto un albero pur di tornare al suo posto; Andrea Casali arrivava fino alla prigione cercando elemosine; Leopoldo Baldassarini passava dalla cucina alla sagrestia; Nicola Eccli dalla questua all’orto; Giovanni Battista Ciavatta percorreva le campagne con la sporta e un libro che non sapeva leggere. Diversissimi tra loro, rendevano visibile la stessa convinzione: non esiste servizio troppo piccolo quando serve alla missione.

Il padre e il figlio nella stessa famiglia religiosa

Fra i particolari che il tempo ha lasciato quasi cadere c’è quello di Domenico Delli Santi e di suo padre Paolo. Prima entra il figlio; poi si aggiunge il padre, già anziano. Il documento non ci racconta le conversazioni che portarono a questa scelta e non occorre inventarle. Ci consegna però un’immagine rara: un padre e un figlio che, dopo aver condiviso la prima famiglia, finiscono per appartenere anche alla stessa famiglia missionaria. Del vecchio Paolo il centenario ricorda soprattutto una bontà che sembrava trasparire dalla persona.

Quello che resta quando non resta quasi nulla

La storia ha trattato questi fratelli con una certa ingratitudine. Dei superiori possediamo lettere, dei predicatori sermoni, dei vescovi atti e pastorali. Dei fratelli spesso rimangono il registro della morte, qualche riga nelle cronache e le circolari inviate quando non c’erano più. Proprio quelle pagine, però, conservano ciò che difficilmente entra in un curriculum: la neve in un cappotto, il fango di una strada, una pentola sul fuoco prima dell’alba, un carretto pieno di fascine, un libro tenuto al contrario, una città che va a salutare un cuoco morente.

Forse è per questo che parlano ancora con tanta forza. Non chiedono ai Missionari di oggi di ripetere materialmente la loro vita. Nessuno ha bisogno di attraversare la Carpegna nella neve per dimostrare fedeltà, né di farsi arrestare durante una questua. Domandano qualcosa di più difficile: se esiste ancora la disponibilità a fare con la stessa serietà ciò che serve, anche quando nessuno lo vedrà, nessuno lo citerà in una relazione e nessuna fotografia lo consegnerà alla memoria.


Fonti principali

Enrico Rizzoli, Brevi cenni sulla vita e le virtù di alcuni membri della Congregazione del Prezioso Sangue, Frosinone, 1880, con particolare riferimento a Giosafat Petrocchi.

Mario Proietti, 200 anni di noi. Cronaca della Casa di Missione di Rimini, Editrice Stilgraf, 2024, con particolare riferimento alle cronache e ai Nuntius Mortis dei Fratelli Inservienti.

Nel primo centenario della Congregazione del Preziosissimo Sangue, 1915, sezione «Fratelli Laici», pp. 327-329.

Documentazione della Casa di San Felice relativa alle antiche sepolture e alla memoria dei Missionari e dei fratelli deposti nella chiesa.