
L’eredità consegnata ai successori
Il 28 dicembre 1837 san Gaspare del Bufalo morì lasciando una Congregazione ancora giovane, ma già presente in numerosi luoghi dello Stato Pontificio. Le case erano sorte soprattutto per sostenere il ministero della predicazione, spesso in condizioni di povertà, e non tutte avevano trovato la medesima stabilità. A don Biagio Valentini, primo successore del Fondatore, e poi a Giovanni Merlini toccò custodire quell’esperienza e accompagnarne una nuova espansione.
La morte di Gaspare non interruppe le richieste di fondazione. In diverse città il ricordo delle missioni popolari aveva lasciato il desiderio di una presenza stabile. I successori dovettero però misurarsi con problemi già conosciuti: trovare locali adatti, sostenere economicamente le comunità, formare nuovi missionari e rispondere ai bisogni delle popolazioni senza compromettere la vita comune.
Ancona: un desiderio che sopravvive al Fondatore
Nel 1839, due anni dopo la morte di san Gaspare, i missionari ricevettero ad Ancona la chiesa del Gesù e il complesso dell’antico collegio dei Gesuiti. Fu don Biagio Valentini ad accettare la nuova casa, dando compimento a un desiderio che il Fondatore aveva espresso quando era ancora in vita. Biagio Valentini avrebbe ricordato in seguito che san Gaspare gli aveva parlato della futura fondazione anconetana e aveva scritto a don Giuseppe Ottaviani di non dimenticare, una volta aperta la casa, la devozione della Coroncina del Preziosissimo Sangue.
La nuova comunità raccolse dunque un progetto maturato già durante la vita del Fondatore. La sede era legata alla predicazione degli esercizi spirituali, una delle forme caratteristiche del ministero apostolico. La presenza anconetana avrebbe attraversato epoche e sedi diverse, accompagnando generazioni di fedeli fino al congedo dei missionari dalla città nel 2003.
Porto Recanati: un’attesa durata molti anni
La storia di Porto Recanati è fra le più umane di questa stagione. Nel 1817, mentre Gaspare predicava a Loreto, Eleonora Politi gli aveva scritto lamentando che don Biagio Valentini, chiamato a far parte del nuovo Istituto, non potesse più dedicarsi come prima alla sua terra. Il Fondatore le aveva risposto prospettando il giorno in cui Porto Recanati avrebbe potuto avere una casa di missione.
Quell’attesa non si concluse rapidamente. Gli abitanti continuarono a chiedere una presenza missionaria; il municipio concesse il terreno per la casa e per la chiesa, e dal 1841 si cominciò a costruire. Il cardinale Fransoni contribuì alle spese, avendo constatato il bisogno di assistenza spirituale della popolazione. Nel 1846 fu benedetta la cappella, subito utilizzata dai missionari; la chiesa dedicata al Preziosissimo Sangue venne ultimata nel 1854.
Era trascorso molto tempo dalla promessa ricordata nella corrispondenza di Gaspare. Quando però il progetto aveva finalmente trovato una sede adeguata, la stagione delle soppressioni ne spezzò la continuità: nel 1860 i missionari furono costretti a lasciare casa e chiesa. La vicenda insegna quanto potesse costare edificare una presenza missionaria e quanto rapidamente un cambiamento politico potesse sottrarle le condizioni materiali necessarie.
Roma e Napoli: la presenza nei grandi centri
Nel 1841 la Congregazione aprì una casa a Roma, presso San Salvatore in Campo, esperienza destinata a concludersi nel 1859. Seguirono Napoli, con la fondazione presso la chiesa dei Santi Crispino e Crispiniano nel 1852, e nuove presenze nella regione romana. La crescita non avvenne secondo un piano lineare: dietro ogni apertura vi erano proposte di vescovi e cittadini, opportunità offerte da edifici ecclesiastici e la necessità di valutare se fosse possibile mantenere una comunità capace di svolgere davvero il ministero proprio dell’Istituto.
In Campania e nelle regioni centrali, le case rappresentarono punti d’appoggio per predicazioni, esercizi spirituali e confessioni. La storia di ogni residenza conserva un rapporto particolare con la popolazione che l’aveva richiesta, ma anche con i superiori chiamati a distribuire i missionari fra opere sempre più numerose.
Spello e Santa Maria in Trivio
Anche a Spello la memoria della predicazione di san Gaspare rimase viva. Le richieste di una fondazione risalivano ai primi anni Cinquanta dell’Ottocento; la presenza si concretizzò nel 1854, presso San Filippo. Nello stesso anno venne affidata ai missionari a Roma la chiesa di Santa Maria in Trivio. Queste aperture confermano che la crescita dell’Istituto non riguardava soltanto città nelle quali mancasse un’assistenza religiosa ordinaria, ma anche luoghi nei quali si riconosceva il valore specifico della predicazione e della spiritualità del Preziosissimo Sangue.
Il caso di Spello, dove l’esperienza venne interrotta nel 1860, rende ancora evidente la precarietà di quella stagione. Non bastavano la disponibilità dei sacerdoti e l’affetto dei fedeli: la vita delle case era esposta a decisioni politiche che potevano rovesciare in poco tempo anni di preparazione.
Le soppressioni e la dispersione delle comunità
Le trasformazioni politiche dell’Ottocento investirono duramente le fondazioni dei Missionari del Preziosissimo Sangue. Edifici e chiese furono sottratti, le comunità disperse o costrette a cercare sistemazioni provvisorie. A Cesena la memoria del centenario ricorda l’arresto e l’esilio del superiore don Raffaele Ciardelli nel 1860. Altrove la perdita degli ambienti non comportò subito la cessazione di ogni forma di servizio: i sacerdoti cercarono, quando possibile, di rimanere vicini alle popolazioni.
Anche la Casa Madre di San Felice venne colpita dalla requisizione del 1862. Era una ferita particolare, perché l’Istituto perdeva il luogo dal quale aveva preso avvio la propria vita. Le vicende della Casa Madre continuano nella storia propria di San Felice, ma appartengono anche al racconto delle fondazioni: ricordano quanto fosse difficile conservare, attraverso mutamenti istituzionali e politici, una presenza missionaria non identificabile semplicemente con il possesso degli edifici.
Patrica: la generosità di una famiglia
La fondazione di Patrica, nel 1864, ebbe alle spalle il sostegno dei coniugi Giuseppe e Luisa Giammaria. Già nel 1863 Merlini era andato a Patrica per conoscere l’abitazione che i coniugi desideravano offrire ai missionari. L’abitazione era piccola, ma poteva essere ampliata; la chiesa sarebbe sorta su parte dell’orto. Prima ancora che la fondazione fosse completamente organizzata, don Angelo Mordenti, convalescente dalle febbri contratte a Sonnino, trovò ospitalità presso la famiglia.
I Giammaria si mostrarono disposti a costruirsi una nuova abitazione perché quella esistente potesse essere destinata ai missionari. È un episodio che vale più di un dato statistico: la nascita della casa coinvolgeva concretamente una famiglia e un paese, che vedevano nella presenza dei sacerdoti un bene per la comunità cristiana. Quella generosità avrebbe dato origine a una presenza destinata ad accompagnare per lungo tempo la vita religiosa del paese.
Nuove case fra Adriatico e Puglia
A Veroli, dove già san Gaspare aveva desiderato una fondazione, il lascito di Demetrio Perciballi permise di avviare una nuova presenza. Don Giovanni Merlini e don Beniamino Romano cercarono dapprima di ottenere la chiesa di Santa Maria Salome, ma le condizioni poste dal Capitolo fecero abbandonare il progetto. Durante il ritorno la loro carrozza si rovesciò sull’orlo di un precipizio: Merlini riportò una ferita alla testa, ma entrambi scamparono a una tragedia. I missionari si stabilirono poi nell’antico convento agostiniano presso la chiesa di Sant’Agostino, dove rimasero dal 1859 al 1879.
Anche a Migliarino di Pisa i missionari ebbero per qualche tempo una residenza e una chiesa, messe a disposizione dal duca Scipione Salviati. Doveva essere un rifugio per confratelli rimasti senza casa a causa delle soppressioni, ma le condizioni del servizio e l’impossibilità di disporre stabilmente dei locali resero precaria quella sistemazione. Nel 1879 la comunità vi rinunciò.
La ripresa delle fondazioni continuò negli ultimi decenni dell’Ottocento. Nel 1878 venne aperta Bari; nel 1884 si aggiunse Santa Maria del Lago, presso Bertinoro. Nel 1893 nacquero le comunità di Gorga e Santeramo in Colle. A Gorga il lascito del cardinale Santucci consentì di avviare l’opera, ma la costruzione della chiesa assorbì quasi tutte le risorse. La comunità dovette essere sostenuta per tre anni dalla Procura Generale e nel 1896, con il consenso di Leone XIII, i missionari lasciarono il paese. A Santeramo, invece, la generosità dei benefattori permise di radicare una presenza destinata a durare più di un secolo.
La presenza pugliese ebbe uno sviluppo importante. L’arcivescovo di Bari, Giulio Vaccaro, guardava con gratitudine alle tre case presenti nella sua arcidiocesi: Bari, Santeramo in Colle e Modugno. A Modugno i missionari arrivarono il 12 gennaio 1902, prendendo inizialmente dimora in una casa rurale messa a disposizione dalla benefattrice Chiara Carmosini, vedova Risotti. La nuova chiesa dedicata al Preziosissimo Sangue era ancora in costruzione. Nel 1908 si aggiunse la fondazione di Putignano, presso la chiesa di Santa Maria La Greca. Il riconoscimento del vescovo testimonia il legame fra i missionari e le Chiese locali, alimentato da un apostolato che si estendeva anche oltre le città sede delle comunità.
Oltre i confini italiani
Mentre le case italiane attraversavano soppressioni e riprese, la Congregazione sviluppava una presenza internazionale. Già nel 1842 Francesco Salesio Brunner aveva assunto la cura del santuario di Notre-Dame des Trois-Épis, in Alsazia; nel 1844 raggiunse l’America settentrionale, aprendo una stagione destinata a trasformare profondamente la diffusione dell’Istituto. Nel 1871 è ricordata la presenza di Baumgärtle in Baviera. Alla fine del secolo si aprì una nuova esperienza in Spagna, con Cáceres nel 1899 e, nel 1909, Valencia de Alcántara.
Questi passaggi sono qui ricordati per mostrare l’ampiezza dell’eredità del Fondatore. Le vicende delle province estere, dei missionari italiani partiti verso altri continenti e delle nuove forme di evangelizzazione trovano un approfondimento specifico nella sezione «Da San Felice al mondo», già dedicata alla crescita internazionale della Congregazione.
La Casa Madre ritorna e cambia il governo delle case italiane
La riapertura di San Felice nel 1937 rappresentò un ritorno carico di significato. Il 27 dicembre, ai primi Vespri della festa liturgica legata al centenario della morte di san Gaspare, i missionari ripresero la vita nella loro Casa Madre. Il ritorno non cancellava il lungo intervallo di assenza, ma restituiva all’Istituto una parte essenziale della sua memoria.
Nel 1942, durante la Seconda guerra mondiale, la Congregazione procedette alla costituzione di un’unica Provincia Italiana. La circolare del Direttore generale don Lorenzo Colagiovanni, datata 20 luglio, spiegava la necessità di superare la precedente organizzazione delle case italiane, rimaste per lungo tempo sotto il governo diretto della Curia generalizia. Il primo Capitolo provinciale si svolse ad Albano all’inizio di settembre e il 3 settembre fu eletto primo Provinciale don Giuseppe Quattrino.
La nuova Provincia ereditava comunità diverse per origine e storia. Alcune erano nate direttamente dalla predicazione di san Gaspare; altre erano state aperte dai suoi successori; altre ancora erano sopravvissute a trasferimenti e trasformazioni. Questa lunga vicenda avrebbe continuato a evolversi nel secondo Novecento, fino alle scelte di riorganizzazione contemporanea.
Le case come memoria di una missione
Rileggere le fondazioni successive al 1837 significa riconoscere che la fedeltà al carisma non si esaurì con la generazione dei primi compagni. Valentini, Merlini e coloro che vennero dopo dovettero custodire la vita comune, cercare nuovi missionari e sostenere la predicazione mentre le condizioni politiche e sociali cambiavano profondamente.
Molte case sono scomparse; altre hanno cambiato sede, destinazione e forma di apostolato. Il loro valore storico non dipende soltanto dalla durata. Ciascuna conserva la memoria di sacerdoti che hanno servito popolazioni concrete, di benefattori che hanno messo a disposizione risorse e lavoro e di comunità cristiane che hanno riconosciuto nella predicazione dei missionari un aiuto alla propria vita di fede. È questa storia, con le sue continuità e le sue ferite, a condurci verso la stagione delle fondazioni e delle chiusure del nostro tempo.
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