
Il Vangelo sulle strade della Marittima e Campagna
Tra il 1821 e il 1822 l’opera di san Gaspare del Bufalo conobbe un’espansione rapida e impegnativa. Nei territori pontifici di Marittima e Campagna il brigantaggio rendeva insicuri i viaggi, alimentava paure e feriva i rapporti tra le popolazioni. Pio VII affidò al Fondatore e ai suoi missionari un’opera di risanamento morale attraverso la predicazione. Aprire case in quei luoghi significava rendere possibile una presenza continuativa, dalla quale i sacerdoti potessero partire per le missioni popolari e alla quale tornare per la preghiera e la vita fraterna.
Le nuove fondazioni nacquero in pochi mesi, ma non sempre i locali e le rendite promesse erano pronti. Il 17 novembre 1821 don Biagio Valentini prese in consegna la residenza di Sermoneta; il 3 dicembre Gaspare inaugurò quella di Terracina. Si prepararono Sonnino e le altre residenze del territorio. La rapidità degli insediamenti faceva affiorare difficoltà nella comunicazione tra le comunità e nel governo di uomini che lavoravano lontani gli uni dagli altri.
Terracina, una casa lasciata senza avvertire
Uno degli episodi più rivelatori riguarda Terracina. Poco dopo l’apertura i missionari, scoraggiati dalle condizioni nelle quali vivevano, tornarono a Roma senza comunicare preventivamente la decisione. Gaspare, che dopo una predicazione visitava le nuove case, si trovò davanti a una residenza abbandonata. Provvide all’invio di un missionario e la casa rimase chiusa soltanto sette giorni.
Sarebbe facile giudicare quei sacerdoti dimenticandone le condizioni di vita. Il fatto rivela piuttosto la distanza tra l’entusiasmo con cui si apriva una fondazione e la perseveranza quotidiana che essa richiedeva. Al Fondatore toccava custodire il legame con la popolazione e richiamare i confratelli a una responsabilità comune: non bastava partire per annunciare il Vangelo, bisognava anche imparare a rimanere.
Sospetti, accuse e strade insicure
Nelle regioni tormentate dal brigantaggio la missione incontrò ostilità inattese. Qualcuno accusava i sacerdoti di essere informatori del governo; altri li ritenevano complici dei briganti. Un fratello inserviente venne arrestato dai soldati mentre accompagnava un missionario. Il sacerdote dovette interrompere il viaggio e seguirli per ottenere la liberazione del compagno. Simili episodi mostrano le ambiguità di un territorio nel quale la predicazione evangelica entrava in una vita civile già lacerata.
Il 7 gennaio 1822 si aprì a Velletri un ospizio, una presenza da distinguere dalle case stabilmente organizzate. La situazione fu difficile anche per le opposizioni incontrate nell’esercizio del ministero. A Frosinone la casa fu aperta il 10 marzo 1822, fra sostenitori convinti e gruppi contrari all’arrivo dei missionari. Contro quei sacerdoti circolavano accuse di inesperienza e persino la voce che ricevessero uno stipendio dal governo. Giovanni Merlini affrontava tali contestazioni mentre cercava di assicurare ai confratelli condizioni di vita dignitose.
Vallecorsa, le mani della popolazione
A Vallecorsa, dopo la missione del 1822, prese forma una presenza che richiese un lungo lavoro di costruzione. La casa iniziale non bastava alle esigenze della comunità e si avviò il progetto di una nuova chiesa e di nuovi ambienti. Gli abitanti offrirono aiuti e lavoro; anche Giovanni Merlini seguì i problemi materiali dell’impresa. Scavare la roccia compatta per ricavare lo spazio della chiesa fu tanto faticoso che qualcuno temette di non riuscire a portare a termine l’opera.
La vicenda di Vallecorsa ebbe anche un significato spirituale destinato a durare. Qui san Gaspare incontrò Maria De Mattias, che alcuni anni dopo avrebbe fondato le Adoratrici del Sangue di Cristo. Il nuovo centro missionario venne inaugurato il 2 giugno 1835. Nella sua lunga gestazione si incontrano l’iniziativa dei missionari e la partecipazione concreta di una popolazione che desiderava conservare il frutto della predicazione.
Il 1828: una chiusura imposta
La prima interruzione di Terracina non va confusa con la chiusura del 1828. In quell’anno, per disposizione dell’autorità ecclesiastica, i missionari dovettero lasciare sia Terracina sia Sonnino. Il vescovo di Terracina, monsignor Frezza, comunicò il provvedimento; Merlini ricevette l’incarico di darvi esecuzione. Il suo compito non fu soltanto trasferire persone e oggetti, ma difendere la memoria del bene compiuto senza sottrarsi all’obbedienza.
Merlini raccolse i beni delle comunità, inviandoli nelle altre case, e preparò una memoria per il vescovo sulle opere svolte e sui sacrifici affrontati. Nel confronto con il vescovo parlò con estrema franchezza delle malattie contratte dai missionari in quelle residenze e del dolore di abbandonare popolazioni che avevano atteso la loro presenza. Obbedì senza rinunciare a far comprendere quanto quella decisione pesasse sulla vita dei confratelli e delle popolazioni.
Terracina non venne riaperta. Per Sonnino, invece, la popolazione continuò a chiedere il ritorno dei sacerdoti. Le trattative portarono alla riapertura nel 1833, quando Merlini trovò una casa deteriorata, muri umidi e ambienti danneggiati. Il lavoro ricominciò con mezzi modesti. Il ritorno dimostrava quanto profondamente la predicazione avesse legato i missionari alla vita religiosa di quel paese.
Sermoneta, una comunità provata dalla malattia
Anche Sermoneta rimase una presenza difficile. Le condizioni igieniche erano impressionanti: sepolture nella chiesa e nel portico, lapidi sconnesse e infiltrazioni d’acqua che raggiungevano la cisterna usata dai missionari. Le malattie non erano un’eventualità remota, ma una minaccia continua. Gaspare e Merlini cercarono di intervenire con lavori e disposizioni pratiche, mentre la comunità continuava a offrire il proprio ministero.
Da queste esperienze maturò una convinzione essenziale: la generosità apostolica doveva essere accompagnata da un governo attento alla salute dei confratelli, ai mezzi disponibili e alla possibilità reale di mantenere una residenza. Le case costituivano punti d’appoggio per la missione; non erano un fine da conservare a ogni costo.
Benevento e Rimini: altre strade della predicazione
Nel 1823 la Congregazione si stabilì a Benevento, dove la predicazione aveva suscitato il desiderio di una presenza stabile. Nel luglio del 1824 i missionari presero possesso della casa di Rimini, presso Santa Chiara; l’apertura solenne seguì il 14 agosto. Anche qui la sistemazione richiese trattative e sacrifici: l’ambiente ricevuto era modesto, le risorse limitate e i locali dovevano essere adattati alla vita comunitaria. Rimini sarebbe divenuta una delle case più importanti della Congregazione, legata nel tempo alla devozione alla Madonna della Misericordia.
La crescita esigeva visite e decisioni continue. Gaspare affidava a Merlini compiti di particolare responsabilità; quest’ultimo viaggiava fra le case, ne esaminava i problemi economici e cercava di sostenere l’apostolato, pur avendo spesso una salute precaria. Il racconto di Colagiovanni lo mostra intento a preparare con il Fondatore le visite, conservando annotazioni sulle questioni da affrontare. La cura delle comunità diventava così parte della dedizione alla missione.
Le fondazioni degli anni Trenta
L’ultimo tratto della vita di san Gaspare vide nuove aperture verso la Romagna e il Montefeltro. A Cesena la fondazione era desiderata fin dal 1821, ma la consegna effettiva dei locali richiese circa dieci anni: l’insediamento maturò soltanto nei primi anni Trenta. Seguirono Nepi e Macerata Feltria nel 1832 e Pennabilli nel 1833. Quest’ultima comunità nacque dall’incontro con una presenza filippina ormai ridotta, che venne incorporata nell’opera dei missionari.
La storia di Pennabilli fu ricordata anche per gli inverni rigidi e le difficoltà dei viaggi. D’inverno la neve poteva bloccare perfino la portineria, mentre attraversare i fiumi lungo le strade di accesso diventava rischioso. Sono particolari che restituiscono la concretezza di una vita apostolica svolta prima delle strade e delle comunicazioni moderne.
Ciò che rimaneva quando una casa chiudeva
Alla morte di san Gaspare, il 28 dicembre 1837, la Congregazione aveva già attraversato aperture, rinunce e riaperture. Alcune residenze avevano trovato stabilità; altre erano state perdute. In ogni luogo la predicazione aveva creato relazioni con le popolazioni e sollecitato una risposta religiosa che non coincideva necessariamente con la durata materiale degli edifici.
Questa storia non racconta una marcia senza ostacoli. Mostra sacerdoti affaticati, case talvolta inadatte, conflitti e malattie, ma anche persone disposte a offrire il proprio lavoro perché la missione potesse continuare. Le fondazioni furono la forma concreta assunta da uno zelo apostolico che desiderava raggiungere le popolazioni e restare al loro servizio. Ai successori di Gaspare sarebbe toccato raccogliere questa eredità e condurla attraverso le prove dell’Ottocento.
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