Quando la casa si riempì di ragazzi (1954-1957)

Quando la casa si riempì di ragazzi (1954-1957)

Abbazia di San Felice · Il Probandato

Quando la casa si riempì di ragazzi

1954-1957 · La nascita del Probandato

Nell’autunno del 1954 San Felice non era una casa pronta. La chiesa attendeva i grandi restauri, alcuni ambienti dovevano ancora trovare una funzione, i corridoi portavano addosso la severità dell’antico cenobio e molto di ciò che sarebbe diventato familiare negli anni successivi doveva ancora essere inventato. Proprio per questo l’inizio del Probandato conserva una forza particolare. I ragazzi non entrarono in un collegio costruito per loro. Entrarono in una casa che avrebbero contribuito a costruire.

Nei primi giorni di ottobre arrivò don Giuseppe La Favia insieme ai giovani destinati alla nuova esperienza. Ad accoglierli c’erano anche gli allievi del Collegio Romano. Per alcuni giorni la casa si raccolse negli esercizi spirituali predicati da padre Stefano Lamera. Prima degli orari, dei regolamenti e dei lavori, si volle cominciare dal silenzio. La scelta dice molto sul modo in cui quella nascita veniva percepita: non come l’apertura di una scuola in più, bensì come l’inizio di una vita.

11 ottobre 1954: una soglia

L’11 ottobre 1954, festa della Maternità della Beata Vergine Maria, il Probandato venne ufficialmente aperto. Era l’Anno Mariano e pochi mesi prima san Gaspare era stato canonizzato. Il cronista vide in quella convergenza di luogo e tempo qualcosa di provvidenziale: la stessa casa che nel 1815 aveva accolto l’inizio della Congregazione tornava ad accogliere giovani chiamati a domandarsi se quella storia potesse diventare anche la loro.

La cerimonia non ebbe bisogno di splendore. La chiesa era chiusa per i restauri e la Messa fu celebrata nella sagrestia adattata a cappella. Si cantò il Veni Creator, vennero benedette le vesti e le corone del Preziosissimo Sangue, il Padre Provinciale accolse i primi probandi e richiamò l’antico ora et labora benedettino. Poi il Te Deum. Tutto cominciò in uno spazio provvisorio, con una casa ancora da sistemare. Poche immagini potrebbero raccontare meglio ciò che il Probandato sarebbe diventato: una formazione che chiedeva di pregare mentre si costruiva e di costruire mentre si imparava a pregare.

I primi quattro probandi di San Felice, 11 ottobre 1954

Imparare facendo

Il giorno dopo l’inaugurazione i ragazzi erano già alle prese con la sistemazione degli ambienti. È quasi una dichiarazione di metodo. Il refettorio, le camere, lo studio e gli spazi di preghiera non erano servizi che qualcuno aveva preparato e consegnato loro chiavi in mano. La casa si faceva insieme. A poco a poco vennero restaurati tavoli, riaperti ambienti, sistemate finestre, migliorati i servizi, approfondito il pozzo, arricchita la biblioteca. Ogni intervento rendeva San Felice più abitabile e nello stesso tempo educava a considerarla un bene comune.

La giornata non era fatta soltanto di studio e pratiche spirituali. I ragazzi imparavano il canto, partecipavano alla liturgia, lavoravano, uscivano per le celebrazioni nelle comunità vicine. La Quaresima e la Settimana Santa li portavano a Castagnola; maggio li conduceva verso la Madonna del Fosco. La formazione pastorale avveniva senza bisogno di chiamarsi ancora “tirocinio”: si imparava servendo all’altare, preparando le funzioni, cantando, accompagnando le processioni, osservando i sacerdoti al lavoro.

I giovani del Probandato a Gualdo Cattaneo, 13 aprile 1955

Anche l’organizzazione della scuola mostrava una formazione costruita dentro la vita della casa. Nell’ottobre 1955, con il ritorno di don Lorenzo, gli vennero affidate Liturgia, Cerimonie e Religione, disponendo le lezioni in modo che potesse continuare anche il proprio servizio pastorale. Nella stessa lettera il Provinciale chiedeva che un Allievo più preparato si prendesse cura dell’istruzione dei Fratelli, insegnando loro a leggere, scrivere e fare i conti. Chi aveva ricevuto di più cominciava così a metterlo a disposizione degli altri, e la scuola diventava essa stessa esercizio di responsabilità comunitaria.

E presto cominciò anche l’esercizio della parola. Alcuni giovani preparavano piccoli interventi, meditazioni e panegirici; Pasquale Pirulli e Umberto Palombi emergono già nelle prime pagine come ragazzi capaci di prendere la parola davanti agli altri. Nel 1957 questo apprendistato appare ormai più chiaramente organizzato: il Provinciale raccomanda che i ragazzi facciano le loro prediche privatamente, dentro la casa, in uno spazio protetto nel quale imparare a preparare e pronunciare una parola destinata un giorno alla missione. Nello stesso periodo erano state introdotte anche le “Discussioni” mensili sulla virtù proposta nel ritiro: i probandi si confrontavano liberamente, quasi secondo il metodo dei casi di morale, così da sviluppare lo spirito di ricerca e correggere idee sbagliate. La formazione chiedeva dunque qualcosa di più dell’ascolto. I ragazzi venivano gradualmente educati a comprendere ciò che ricevevano, a sostenerne le ragioni e a comunicarlo agli altri. Per San Felice era un tratto formativo significativo, nel quale si intravede già l’identità missionaria verso cui il Probandato voleva condurli.

La stessa lettera di don Giuseppe La Favia del 24 marzo 1957 permette di entrare ancora di più nelle giornate della casa. L’Arcivescovo aveva concesso la facoltà di celebrare nei giorni festivi una Messa cantata esclusivamente per i probandi e si era iniziata anche l’ufficiatura dei Vespri domenicali. In Quaresima, non essendoci ancora la Via Crucis, il venerdì si recitavano i sette salmi penitenziali; la domenica sera i ragazzi scendevano in processione verso la tomba di san Felice, cantando le Litanie dei Santi. Ai probandi venivano proposti anche piccoli «fioretti», poi letti pubblicamente senza indicarne l’autore, secondo un suggerimento del Direttorio di san Gaspare.

Dentro questa vita intensa restavano ragazzi veri. La Favia ricorda la nostalgia dei primi mesi, superata poco a poco con lo studio e con una gita, e racconta anche le discussioni sorte durante il gioco, i risentimenti e la fatica della concordia. Per la festa di san Giuseppe arrivarono una chitarra e un mandolino, mentre la biblioteca ascetica continuava a crescere. La formazione passava così attraverso la preghiera, lo studio, le relazioni quotidiane e perfino il modo di stare insieme nel tempo libero.

La casa prende il tono di una famiglia

Le feste rivelano forse meglio di ogni regolamento il tono che si cercava di dare alla casa. Il Natale portava presepi, canti, tombole, piccoli doni, qualche sorpresa e quella libertà controllata che permette a un gruppo di ragazzi di sentirsi davvero insieme. La Befana, le recite, le visite dei sacerdoti, le passeggiate e le gite spezzavano la disciplina senza distruggerla. In una casa religiosa immersa nella campagna umbra, la gioia non aveva bisogno di grandi mezzi. Bastavano un camino, qualche cartella della tombola, un dolce, una canzone ben riuscita e la possibilità di andare a dormire un po’ più tardi del solito.

San Felice durante la nevicata del febbraio 1956

Anche i sacerdoti entravano in questa trama familiare. Il Padre Provinciale tornava frequentemente e smise presto di essere una presenza eccezionale. Nel marzo 1955 Quattrino scriveva di avere «continuamente nella mente e nel cuore il Probandato» e ricordava al direttore che la Provincia sperava molto nel suo lavoro. Qualche mese più tardi, durante i giorni freddi del dicembre 1955, pensava ai ragazzi da Roma, si domandava quanto freddo stessero soffrendo a San Felice, spediva le Regole, annunciava l’arrivo di un piccolo armonio e preparava in segreto i doni di Natale. Sono dettagli semplici, e proprio per questo rivelano quanto presto il Probandato fosse diventato una preoccupazione concreta e affettuosa per il governo della Provincia.

Missionari di passaggio celebravano con i ragazzi, predicavano ritiri, raccontavano la vita delle altre case. I novelli sacerdoti ritornavano e offrivano ai più giovani la visione concreta di ciò verso cui il cammino poteva condurre. Le feste per gli anniversari sacerdotali permettevano ai ragazzi di vedere che una vocazione diventava una vita lunga, con una storia alle spalle e una fraternità intorno. Nel marzo 1957, rispondendo a La Favia, Quattrino affidò tutto questo a una frase che sembra raccogliere il desiderio di quegli anni: «faccia di S. Felice un santo rifugio per lo spirito».

Il gruppo del Probandato con il Superiore Generale e il Provinciale, 16 agosto 1956

Intanto la casa continuava a essere un cantiere molto concreto. Nell’agosto del 1957 il Provinciale mandò centomila lire per il pittore e raccomandò di sorvegliare i lavori del muratore, dell’elettricista e dell’idraulico, fino all’acqua che ancora non arrivava in uno dei servizi dei Missionari. Chiese poi quanti letti e materassi mancassero per arredare le camerette e promise di mandare anche piatti e tazze. Dietro la parola “Probandato” c’erano dunque camere da preparare, impianti da far funzionare e una casa che si attrezzava per accogliere altri ragazzi.

In mezzo ai lavori più grandi trovava posto anche un gesto quasi domestico. Nel marzo dello stesso anno, con due vecchie travi recuperate dal tetto, si stava costruendo una croce da collocare davanti alla chiesina della Madonna del Pianto, dove un tempo ce n’era già stata una. Pochi giorni dopo quella croce sarebbe entrata nella vita dei ragazzi e nel paesaggio di San Felice. Anche questo racconta il modo in cui la casa cresceva: ciò che veniva tolto da un tetto poteva tornare a parlare lungo una strada di preghiera.

Quando la cronaca comincia a ridere

Nel 1957 anche la responsabilità della casa prese una forma più definita. Il 1° ottobre il Provinciale affidò a don Giuseppe La Favia il compito di Superiore di San Felice e Vicario parrocchiale di Castagnola; da Albano sarebbe arrivato don Adriano Iacovacci «a continuare il suo ufficio di Direttore del Probandato». È con lui che anche la cronaca cambiò voce. Le pagine divennero più sciolte, attente ai particolari e capaci di prendere in giro con affetto la vita quotidiana. Un viaggio da Albano a San Felice durò dodici ore perché la macchina decise di arrendersi trenta chilometri dopo Roma; fratel Giacomino, affamato, si diede alla macchia in cerca di qualcosa da mangiare; i giovani arrivarono finalmente a Bastardo dopo una piccola odissea e si prepararono a entrare «nelle braccia spalancate di S. Felice».

È in questo periodo che compare l’«amico di mille anni dopo», il lettore immaginario al quale il cronista consegna episodi che a lui sembrano minimi e che proprio per questo oggi sono preziosi. Si capisce che San Felice possiede ormai una personalità. Non è più soltanto il luogo nel quale è stato aperto un istituto. È una casa con le proprie abitudini, i propri scherzi, le proprie fatiche, le persone che tutti conoscono e quei racconti che, a forza di essere ripetuti a tavola, finiscono per diventare memoria comune.

Un momento dell’estate 1957

Da San Felice al mondo

Alla fine del 1956 cominciò anche una corrispondenza che allargò l’orizzonte dei ragazzi. Dalla Provincia Teutonica arrivavano lettere in latino, lingua scelta perché le lingue moderne non bastavano a farsi capire. Dall’Ohio i giovani americani scrivevano ai «Dear Novices», raccontavano le proprie giornate, il lavoro, lo sport, le lezioni e la futura professione. I termini non coincidevano e dietro di essi esistevano concezioni formative diverse, però i ragazzi capivano immediatamente una cosa: ciò che stavano vivendo a San Felice apparteneva a una famiglia molto più grande della loro casa.

Poco dopo non furono più soltanto lettere. Il 29 ottobre il Provinciale avvertì che due probandi, Frank Christiano e Albert De Pascale, insieme al post-coadiutore Francesco Palumbo, sarebbero arrivati alla stazione di Spoleto alle 10.29 e chiese che qualcuno andasse a prenderli con la macchina. È una scena piccola e perfetta: un treno, tre giovani da attendere sul marciapiede e San Felice che si allargava ancora. Lingue, abitudini e storie differenti entravano davvero nel refettorio e nelle ricreazioni; la Congregazione universale cominciava ad avere un volto seduto allo stesso tavolo.

Alla fine del 1957 il Probandato non era più un esperimento appena iniziato. La casa aveva trovato il proprio ritmo e, soprattutto, aveva trovato una voce. San Felice era diventata una casa di giovani, abbastanza seria da formarli e abbastanza viva da permettere loro di rimanere giovani.

I giovani del Probandato ad Acqua Rossa, 24 maggio 1956

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