Tra preghiera e incudine (1958-1960)

Tra preghiera e incudine (1958-1960)

Abbazia di San Felice · Il Probandato

Tra preghiera e incudine

1958-1960 · Gli anni della maturità

Alla fine degli anni Cinquanta San Felice aveva ormai imparato a essere sé stessa. Non c’era più bisogno di spiegare ogni volta che cosa fosse il Probandato. La casa aveva un ritmo, delle consuetudini, un linguaggio interno. I ragazzi arrivavano, venivano accolti, studiavano, lavoravano, sostenevano gli esami, partivano e lasciavano spazio ad altri. I superiori conoscevano ormai quella strana pedagogia fatta di cappella e officina, processioni e gite, silenzio e scherzi. La casa non era diventata comoda. Era diventata familiare.

Un momento della vita comunitaria del Probandato

Una spiritualità che sapeva di legna e di cucina

Una delle prime scene che la cronaca ci consegna è tanto poco edificante da risultare perfetta. Nel piazzale viene ucciso un maiale. Qualcuno dei ragazzi guarda impressionato, qualcun altro pensa già ai fegatelli che finiranno sulla brace. Nei giorni successivi si preparano salsicce, cotiche e tutto ciò che una casa di campagna degli anni Cinquanta non avrebbe avuto la minima intenzione di sprecare. Nello stesso corridoio, intanto, si sistema la Via Crucis del Pinelli e si lucidano le cornici.

È difficile trovare un’immagine più esatta della vita di San Felice: la preghiera non cancellava il lavoro e il lavoro non veniva nobilitato fingendo che fosse sempre gradevole. Bisognava fare ciò che serviva. Si passava dalla cappella alla cucina, dal canto all’incudine, dal ritiro spirituale a un corridoio da sistemare. Il titolo che il dattiloscritto ha lasciato per quegli anni, tra preghiera e incudine, non è una formula letteraria inventata dopo. È quasi una fotografia.

A sostenere questa vita non bastavano i conti della Provincia. Nel dicembre 1958 il Provinciale trasmise alla Casa 62.400 lire, l’equivalente di cento dollari lasciati da don Angelo Della Vecchia, con l’indicazione di usarli «per i bisogni di Casa». Non era un gesto isolato. Altri Missionari facevano arrivare offerte personali e Carlo Lella, in una delle comunicazioni conservate, destinò il proprio aiuto ai ragazzi. Il Probandato era così sostenuto anche da confratelli lontani, che forse non sedevano ogni giorno a quella tavola, eppure contribuivano concretamente a mantenerla apparecchiata.

La neve, quando arrivava, rompeva il ritmo e trasformava immediatamente i ragazzi. Le giornate ordinarie diventavano battaglie, passeggiate, corse, qualche caduta e una quantità di storie che la sera dovevano già essere state ingrandite al punto giusto. Poi il freddo tornava a ricordare che San Felice era una grande Abbazia umbra, non un albergo. I termosifoni servivano quando funzionavano; quando non bastavano, servivano i maglioni e un certo spirito di adattamento che la cronaca considera quasi ovvio.

Il fervore trova uno stile

Il fervore dei primi anni non era scomparso. Aveva smesso di avere bisogno di essere continuamente dichiarato. Si vedeva nelle cose ordinarie: nell’ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani vissuto in mezzo a scuola e lavoro, nei ritiri, nella preparazione delle feste, nelle visite al Fosco, nella cura dei presepi. I ragazzi imparavano a pregare senza trasformare ogni momento in qualcosa di solenne e imparavano a divertirsi senza dover dimenticare dove si trovavano.

La musica diventò sempre più importante. Alberto De Pascale, arrivato dall’esperienza americana, assunse responsabilità nel canto gregoriano; le Messe, le accademie e le feste richiedevano prove, disciplina e orecchio. A Natale i presepi diventavano quasi una gara fra squadre. In una casa che viveva di liturgia, anche il gusto di fare bene passava attraverso la musica e la bellezza.

I giovani del Probandato durante un’uscita comunitaria

E c’era il cinema. A Bastardo si andava a vedere Michele Strogoff; più avanti i film sarebbero arrivati direttamente a San Felice e avrebbero richiamato anche i ragazzi del territorio. Una casa di formazione non viveva dunque separata dalla cultura popolare del tempo. Se un film poteva offrire una serata lieta, veniva utilizzato. Nessuno sembrava temere che una pellicola d’avventura potesse compromettere irrimediabilmente la vocazione di un adolescente.

Una casa dentro la Chiesa

I ragazzi vivevano anche con un’attenzione continua alla vita della Chiesa. La voce del Papa arrivava attraverso la radio e veniva ascoltata insieme. La morte di Pio XII, l’elezione di Giovanni XXIII, i grandi avvenimenti romani non erano notizie lontane. Entravano nella sala comune e diventavano materia di conversazione, preghiera, curiosità. San Felice era isolata geograficamente quanto bastava per sentire davvero una nevicata, non abbastanza da essere fuori dal mondo.

Anche la memoria della Congregazione veniva continuamente resa presente. Nel centenario delle apparizioni di Lourdes si leggeva la vita di Bernadette; nelle feste di san Gaspare e del Preziosissimo Sangue i giovani non erano spettatori, prendevano parte ai canti, alle prediche, alle processioni. Alcuni cominciavano a parlare in pubblico. La predicazione non si imparava aspettando l’ordinazione sacerdotale: si imparava molto prima, davanti ai compagni, poi davanti al popolo, con la inevitabile dose di timore che nessun manuale di eloquenza ha mai saputo eliminare.

Una processione con i giovani del Probandato

Il mondo comincia a entrare dalla porta

Poco a poco arrivarono oggetti che oggi sembrano insignificanti e allora modificavano davvero la vita della casa. Un pianoforte a coda Érard entrò come una Befana decisamente ingombrante. Poco dopo comparve un biliardino. E poi arrivò il telefono.

Fino a quel momento le notizie erano entrate attraverso lettere, visite, radio e viaggi. Adesso bastava sollevare una cornetta. Il numero assegnato a San Felice era il 2. La modernità, quando finalmente raggiunse l’Abbazia, ebbe bisogno di una sola cifra. È uno di quei dettagli minuscoli che dicono molto più di una descrizione generale: una casa antichissima, ancora immersa nella campagna, si collegava al mondo nuovo senza perdere il proprio ritmo.

Le gite allargavano ulteriormente l’orizzonte. Orvieto, Bolsena, Viterbo, Cascia, Loreto, Ancona diventavano tappe di una geografia religiosa e culturale che permetteva ai ragazzi di uscire dal perimetro delle colline di Giano. A Bolsena, tra i luoghi del miracolo eucaristico, la cronaca trova comunque il modo di ricordare una zuppa di pesce. Anche questo è confortante: la memoria spirituale non impediva di riconoscere una buona cena.

Nell’estate del 1960 si intravede già il passo successivo. Scrivendo dal Collegio del Preziosissimo Sangue di Laveno, il Provinciale chiese di cercare nella zona ragazzi della quinta elementare disposti a seguire quella strada e invitò a coinvolgere anche i parroci vicini. La ricerca vocazionale cominciava dunque a guardare a età sempre più giovani; pochi mesi dopo questa attenzione avrebbe preso a San Felice una forma stabile, con l’arrivo dei bambini delle elementari.

Una casa che comincia a riconoscersi

Nell’estate del 1960, alla vigilia dell’Assunta, il campanile venne illuminato e la pianura sembrò al cronista rispondere con tante «scintillanti voci». Il giorno seguente la Congregazione celebrò il proprio anniversario e a San Felice venne inaugurata una lapide dedicata al Probandato. Erano trascorsi appena sei anni dall’apertura e già si sentiva il bisogno di affidare quella esperienza alla pietra.

Questo gesto dice più di quanto forse si volesse dire. Il Probandato non era più percepito come una soluzione provvisoria. Era ormai entrato nell’identità di San Felice. I ragazzi arrivavano sapendo che altri li avevano preceduti; i superiori potevano guardare indietro e riconoscere una tradizione già nata; il territorio aveva imparato a vedere quei giovani nelle processioni, nelle feste, nei canti e perfino nelle serate di cinema.

Alla soglia degli anni Sessanta la casa aveva quindi raggiunto una maturità semplice. Non aveva smesso di essere povera, laboriosa e un po’ scomoda. Aveva imparato a trasformare proprio quelle condizioni in uno stile di vita. San Felice era ormai, senza bisogno di proclamarlo, la casa del Probandato.


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