Perché Probandato e non Noviziato?

Perché Probandato e non Noviziato?

Abbazia di San Felice · Il Probandato

Perché Probandato e non Noviziato?

Una differenza di parole che racconta due modi di intendere la vita missionaria

Tra le carte conservate del Probandato ce ne sono alcune che, senza volerlo, aprono una finestra su una storia molto più grande di San Felice. Nel 1957 i giovani dello St. Mary’s Novitiate dell’Ohio scrivono ai ragazzi italiani chiamandoli con naturalezza “Dear Novices”. Per loro ciò che si vive a San Felice è un noviziato. Qui, invece, i ragazzi sono probandi e la loro casa è il Probandato. Potrebbe sembrare soltanto una differenza di parole. Dietro quelle due parole vi è invece una questione che accompagna la Congregazione fin dall’Ottocento e riguarda il suo stesso modo di comprendere la vita missionaria.

Una Congregazione nata per la missione

San Gaspare aveva raccolto sacerdoti destinati soprattutto alla predicazione delle missioni popolari, agli esercizi spirituali e a quel vasto ministero apostolico che portava i Missionari da una diocesi all’altra. Le Case di Missione davano loro una casa comune, una Regola e una forte appartenenza, senza trasformarli in religiosi legati dai voti. Giovanni Merlini custodì con particolare chiarezza questa fisionomia. Quando, nel corso dell’Ottocento, la questione dei voti tornò più volte a presentarsi, egli continuò a richiamare l’origine dell’Istituto nel clero secolare e la volontà ricevuta dal Fondatore.

La vita comune era seria e regolata, la spiritualità esigente, l’obbedienza concreta. Il centro rimaneva l’apostolato. Il Missionario apparteneva a una casa per poter partire dalla casa, ricevere una missione e tornare a essa. La stabilità sosteneva il movimento missionario e gli dava radici.

Brunner porta la Congregazione in America

La storia americana cominciò con Francesco Salesio Brunner, sacerdote svizzero proveniente da una esperienza monastica. Nel 1843 partì con un piccolo gruppo di sacerdoti e seminaristi per la diocesi di Cincinnati, chiamato a sostenere soprattutto gli immigrati di lingua tedesca. Le distanze, la scarsità di clero e le necessità di una Chiesa ancora in costruzione imposero presto un modo di vivere diverso da quello delle antiche Case di Missione italiane. Nacquero stazioni missionarie stabili e opere che dovevano garantire una presenza continuativa in territori vastissimi.

Brunner portò in questa impresa un autentico zelo missionario e un grande amore per la Congregazione. Portò con sé anche una sensibilità profondamente segnata dalla sua precedente formazione monastica. Lo si vide soprattutto nella questione dei voti. Egli desiderò introdurli tra i Missionari americani e continuò a considerarli uno strumento necessario per dare maggiore stabilità alla comunità. Dopo di lui la stessa richiesta fu ripresa da Andrea Kunkler, convinto che i voti avrebbero trattenuto i sacerdoti che le diocesi americane cercavano di attirare nel proprio clero.

Merlini rispose rimanendo fedele alla forma ricevuta da Gaspare. I Missionari erano sacerdoti secolari che vivevano in comune per la missione e la Congregazione non avrebbe assunto i voti come elemento della propria struttura. Chi sentiva personalmente quella chiamata poteva emetterli privatamente. L’Istituto, come tale, conservava un’altra fisionomia.

Due esperienze cominciano a prendere strade diverse

L’America continuò intanto a crescere secondo le esigenze del proprio territorio. La presenza stabile presso le comunità affidate ai Missionari, le scuole e le opere educative, i collegi e le necessità pastorali delle diocesi finirono per dare alla Provincia americana un volto sempre più diverso da quello delle case europee. La formazione seguì lo stesso movimento. Il linguaggio del noviziato, la disciplina più vicina alla vita religiosa e l’idea di una appartenenza costruita attraverso un periodo formativo nettamente definito divennero naturali in quell’ambiente.

Quando nel Novecento si arrivò alla nuova organizzazione delle Province e alla sistemazione della Regola, l’esperienza americana possedeva ormai una lunga storia e aveva già elaborato una propria disciplina. La necessità di conservare l’unità della Congregazione condusse le Province europee ad accogliere un quadro comune che portava con sé anche elementi maturati oltreoceano. In Europa, e particolarmente in Italia, rimase viva la convinzione che la Congregazione dovesse continuare a riconoscersi nella propria origine apostolica e missionaria, senza assumere l’identità di un istituto religioso.

Gli anni successivi mostrarono quanto questo passaggio fosse profondo. Anche in Italia entrarono prassi nuove. Nel 1950, per esempio, l’introduzione del peculio suscitò sorpresa e discussioni nelle comunità: non era soltanto una questione di denaro, perché toccava il modo tradizionale di pensare il rapporto tra il singolo Missionario e la casa. Nello stesso periodo la Congregazione si confrontava sempre più con ministeri stabili, incarichi pastorali e forme apostoliche differenti dalla grande stagione delle Missioni popolari. Il mondo stava cambiando e l’Istituto cambiava insieme ad esso, cercando di capire fino a dove potesse adattarsi senza perdere il proprio volto.

In Italia nasce il Probandato

La Provincia Italiana nacque ufficialmente nel 1942, al termine della lunga stagione della Visita Apostolica e della conformazione della Regola al Codice di Diritto Canonico. Era una Provincia giovane che doveva darsi un governo proprio, ritrovare unità dopo anni difficili e preparare una nuova generazione di Missionari. La Regola ormai richiedeva una formazione iniziale più definita e più ordinata. L’Italia accolse questa esigenza costruendola secondo la propria sensibilità. Da qui nascerà, qualche anno più tardi, il Probandato di San Felice.

La struttura possedeva molti tratti che potevano ricordare un noviziato: un tempo separato e riconoscibile, una disciplina quotidiana esigente, esercizi spirituali, ritiri, studio dell’ascetica, progressiva introduzione alla Regola e verifica della vocazione. La scelta del nome Probandato conservava però un accento diverso. Il giovane era messo alla prova dentro la vita della Congregazione e veniva preparato a una società apostolica, non introdotto alla professione religiosa.

Una lettera di don Giuseppe Quattrino del 13 aprile 1956 permette di vedere quanto questo tempo fosse considerato particolare. Durante l’anno di Probandato non erano previste le visite ordinarie dei parenti: ai ragazzi e alle famiglie bisognava far comprendere che si trattava di un «anno speciale». Anche le uscite erano pensate con lo stesso criterio. Il Provinciale sconsigliava gite lunghe e dispendiose e preferiva le località vicine a San Felice, raggiunte anche con lunghe camminate. Per i ritiri mensili proponeva inoltre che la predicazione fosse affidata per tutto l’anno alla stessa persona, così da costruire un cammino ordinato e continuo.

La separazione dalla famiglia aveva quindi un significato preciso: offrire al giovane il tempo necessario per verificare la propria vocazione e lasciarsi formare dalla vita della casa. La prova non lo isolava dal mondo missionario. Lo introduceva gradualmente in esso, attraverso la liturgia, la vita comune, il servizio nelle comunità vicine e, col passare dei mesi, anche i primi esercizi della parola.

San Felice tradusse questa differenza nella vita quotidiana. I ragazzi erano raccolti, custoditi e sottoposti a una formazione molto intensa; continuavano nello stesso tempo a vivere a contatto con le parrocchie, le contrade e i santuari. Cantavano nelle celebrazioni, accompagnavano le processioni, preparavano feste, percorrevano il territorio e imparavano a stare davanti al popolo. La forma poteva ricordare il noviziato. Il respiro rimaneva quello di una Casa di Missione.

Le lettere fanno emergere la differenza

È a questo punto che le lettere conservate a San Felice acquistano tutta la loro forza. Nel febbraio 1957 i giovani dello St. Mary’s Novitiate di Burkettsville scrivono dall’Ohio e aprono la lettera con un semplice “Dear Novices”. Per loro non c’è alcuna esitazione: i ragazzi italiani sono novizi. Nel luglio dello stesso anno tornano a scrivere e osservano che il programma del noviziato di San Felice sembra molto interessante e non molto diverso dal loro. Raccontano le lezioni di vita spirituale, patrologia, canto gregoriano, Costituzioni e storia della comunità; ricordano il lavoro manuale, le passeggiate e lo sport; annunciano che il 15 agosto la loro classe farà la professione.

Nelle loro parole riemerge, un secolo dopo Brunner, la forma che la Provincia americana aveva fatto propria. Gli stessi elementi che a San Felice appartenevano al Probandato vengono letti dagli americani attraverso la categoria del noviziato e orientati verso la professione. Nessuno sta discutendo di diritto o di storia. Proprio per questo la lettera è così eloquente: ognuno nomina spontaneamente ciò che vive secondo la propria tradizione.

Pochi mesi prima, nel dicembre 1956, i giovani della Provincia Teutonica avevano scritto da Schellenberg scegliendo il latino come lingua comune. Si firmavano probandi provinciae Teutonicae. Desideravano conoscere la vita dei compagni italiani e riconoscevano nello spirito ricevuto dal Fondatore il legame capace di unire Province lontane. La parola utilizzata dai tedeschi è la stessa che troviamo a San Felice, e il confronto con la corrispondenza americana lascia intravedere quanto diverse potessero essere le forme assunte dalla medesima famiglia missionaria.

San Felice, una risposta italiana

Il Probandato di San Felice nasce dunque dentro una storia che lo precede di molto. Porta con sé una disciplina più intensa e una struttura formativa che la nuova Regola aveva reso necessaria; la Provincia Italiana la riempie del proprio modo di sentire la Congregazione. I ragazzi vengono formati seriamente alla preghiera e alla vita comune, studiano la Regola e san Gaspare, approfondiscono il Sangue di Cristo e imparano l’ascetica. Poi escono dalla casa e incontrano il popolo. La liturgia celebrata nelle contrade, le feste di Castagnola, il Fosco, le processioni e il servizio nelle chiese ricordano continuamente quale sia il destino di quella formazione.

Per questo il nome Probandato non è un particolare secondario. Racconta il tentativo italiano di accogliere una forma nuova senza smarrire l’antica coscienza missionaria. San Felice diventa il luogo nel quale quella tensione trova una soluzione concreta, forse mai completamente teorizzata e proprio per questo molto eloquente: una casa raccolta e disciplinata che continua a tenere le porte aperte sulla missione.

Quando gli americani scrivono «novizi» e gli italiani rispondono come probandi, dunque, non stanno semplicemente scegliendo due sinonimi. Senza saperlo stanno raccontando due percorsi nati dentro la stessa Congregazione. L’uno aveva assunto nel tempo una forma più vicina alla vita religiosa; l’altro cercava ancora di custodire la memoria delle Case di Missione, della predicazione e della mobilità apostolica. Il Probandato di San Felice appartiene precisamente a questo passaggio della nostra storia.


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