
Abbazia di San Felice · Il Probandato
Prima del Probandato. San Felice torna a vivere
1937-1953 · La casa ritrovata, i giovani, la missione
Quando i Missionari tornarono a San Felice, alla fine del 1937, non rientrarono semplicemente in un edificio. Rientrarono in una memoria. Quelle mura erano state la prima casa della Congregazione e portavano ancora il peso delle partenze, delle soppressioni e degli anni nei quali la vita missionaria aveva dovuto continuare altrove. Il ritorno ebbe quindi qualcosa di più di un valore pratico. San Felice tornava ad essere abitata dalla famiglia che lì aveva riconosciuto una delle proprie origini.
Il 27 dicembre 1937 la casa si riempì nuovamente di preghiera e di popolo. La processione, il Te Deum e la presenza dei fedeli restituirono alla vecchia Abbazia una voce che per troppo tempo era rimasta debole. Da quel momento la vita riprese senza nulla di spettacolare, come riprendono le case vere: attraverso il ministero quotidiano, la cura delle chiese, le feste, le missioni, i rapporti con Castagnola, Giano e i paesi vicini. San Felice ricominciò ad appartenere al territorio e il territorio tornò lentamente ad appartenerle.
Una casa che impara di nuovo a essere famiglia
Gli anni della guerra passarono anche sopra queste campagne. La casa conobbe le ristrettezze, la precarietà dei collegamenti, le paure di un tempo nel quale nessuno poteva dare per scontato il giorno successivo. Eppure la vita non si interruppe. Le celebrazioni continuarono, le comunità vicine continuarono a salire verso San Felice e la presenza dei Missionari rimase un punto stabile dentro un mondo che stabile non era affatto.
Quando la guerra finì, la casa cominciò ad assumere un volto che avrebbe preparato quasi naturalmente ciò che sarebbe venuto dopo. Nell’estate del 1945 arrivarono da Roma i giovani del Convitto. Le camere dovettero essere preparate, gli spazi adattati, gli orari riorganizzati. Le voci dei ragazzi entrarono nei corridoi e nel chiostro; il canto si unì alle celebrazioni; le passeggiate, i ritiri e la vita comune riportarono nell’Abbazia quella giovinezza che le pietre, da sole, non possono produrre.
Non si trattò di una visita isolata. Negli anni successivi il rapporto con i giovani del Convitto si ripeté e divenne familiare. San Felice imparò a ospitare, a dare un ritmo alle giornate, a tenere insieme la formazione e la vita pastorale. I ragazzi non rimanevano chiusi dentro la casa: partecipavano alle celebrazioni, raggiungevano il Fosco, incontravano il popolo, vedevano sacerdoti che partivano e tornavano, imparavano che la vita missionaria non coincideva con una teoria spiegata in aula.
Nell’ottobre del 1949 questa funzione appare ormai dentro l’organizzazione stessa della casa. Il Provinciale nominò don Enrico Morganti Superiore di San Felice e Vicario parrocchiale di Castagnola, gli affiancò don Giuseppe Iacobellis e ricordò espressamente che San Felice era destinata alle vacanze del Collegio. Non era ancora il Probandato, eppure il rapporto tra quelle mura e la formazione dei giovani stava già diventando una scelta stabile, non più soltanto un’esperienza estiva capitata bene.
I giovani prima del Probandato
Una lettera del 1952 ci permette di avvicinarci ancora di più a questa stagione. La scrive da Ravenna Giuseppe Montemeso, allora allievo missionario, a don Giuseppe Iacobellis, che in quel periodo seguiva la casa di Giano. Non è una lettera costruita per diventare documento storico. Proprio per questo è preziosa. Montemeso ricorda San Felice come un luogo nel quale si viveva un tempo serio di esercizio e di formazione, segnato dallo studio, dalla preghiera e da una disciplina che chiedeva ai giovani di lavorare su sé stessi.
Nelle sue parole compaiono l’ascetica, la Regola, la vita di san Gaspare, la storia della Congregazione, la sacra eloquenza, il greco, il lavoro organizzato e le passeggiate. Tra i libri emerge anche il Rodríguez, l’Esercizio di perfezione e di virtù cristiane, uno dei testi classici di quella formazione spirituale che insegnava a conoscere le proprie passioni, esercitare la volontà, pregare con fedeltà e cercare una vita interiore ordinata. Tutto questo avveniva dentro una casa nella quale la memoria di san Gaspare non era una decorazione. Montemeso stesso ricordava l’emozione di trovarsi «fra le stesse mura» nelle quali il Fondatore aveva vissuto e dalle quali la Congregazione aveva preso avvio.
La lettera dice quindi una cosa molto semplice: prima che esistesse ufficialmente il Probandato, San Felice era già un luogo nel quale i giovani venivano formati. Non possedeva ancora il nome, la struttura e il rito d’ingresso che arriveranno nel 1954. Possedeva però già qualcosa di più difficile da improvvisare: un clima.

Una casa preparata senza saperlo
Negli anni che precedono il 1954, San Felice tiene insieme due movimenti. Da una parte vive il calendario religioso del territorio: novene, feste, pellegrinaggi, processioni, confessioni, missioni popolari. Dall’altra continua ad accogliere giovani, a educarli dentro una disciplina comune e a farli entrare nella vita reale della gente. Le due cose finiscono per appartenersi. La formazione non cresce accanto alla missione, cresce dentro la missione.
Per questo, quando nell’autunno del 1954 verrà aperto il Probandato, non sembrerà di introdurre qualcosa di estraneo dentro un’antica Abbazia. Sembrerà piuttosto di dare un nome e una forma a ciò che la casa stava imparando da anni. San Felice aveva ricominciato a celebrare, a predicare, ad accogliere il popolo. Aveva ricominciato anche a riempirsi di giovani.
Il Probandato non nascerà quindi da un progetto calato dall’alto sopra una casa vuota. Nascerà in una casa che aveva già ricominciato a vivere e che, quasi senza accorgersene, si era preparata ad affidare il proprio futuro ai ragazzi.
Continua il percorso