Le carte che hanno custodito la memoria

Le carte che hanno custodito la memoria

Abbazia di San Felice · Il Probandato

Le carte che hanno custodito la memoria

Cronache, lettere, fotografie e voci attraverso le quali San Felice torna a vivere

Una storia come quella del Probandato avrebbe potuto scomparire quasi senza rumore. Non lasciò grandi documenti destinati ai manuali di storia della Chiesa. Rimase nelle carte di tutti i giorni: il libro di cronaca, i dattiloscritti, le lettere spedite e ricevute, i numeri di Vita Nostra, i giornali locali, i manifesti delle feste, le pagelle dei bambini, le fotografie. Materiale apparentemente minuto, capace invece di conservare una vita intera.

Ogni fonte vede qualcosa che le altre non vedono. La cronaca registra il ritmo dei giorni; una lettera lascia entrare una voce personale; una pagella ci ricorda improvvisamente quanto fossero piccoli alcuni ragazzi; una fotografia restituisce un volto; un manifesto ci fa capire come una festa venisse presentata al territorio. Mettendo insieme queste tracce non si ottiene soltanto una sequenza più precisa di fatti. Si ritrova l’atmosfera della casa.

Il libro di cronaca

La fonte più continua è la cronaca della casa. Vi entrano le celebrazioni, gli arrivi dei superiori, le partenze dei ragazzi, gli esami, il lavoro, le gite, la neve, le malattie, le feste, i cantieri e le serate di ricreazione. Il suo valore sta proprio nel fatto che chi scrive non sa ancora che cosa, settant’anni dopo, considereremo importante. Perciò mette nello stesso quaderno una visita episcopale, una partita di calcio, la morte di un compagno, un termosifone rotto, la riforma della Messa e una tombola.

Nei primi anni il tono è più composto. Poi, soprattutto dalla fine del 1957, la cronaca comincia a sorridere. Compare l’«amico di mille anni dopo», il lettore immaginario al quale vengono consegnati i ferri da raddrizzare, i viaggi interminabili, i campeggi, i piccoli disastri domestici. È questa voce a impedire che il Probandato diventi un’istituzione senza ragazzi.

Le lettere

Le lettere cambiano il punto di vista. La cronaca parla quasi sempre come voce della comunità; la corrispondenza ci permette di ascoltare una persona. Nel 1952 Giuseppe Montemeso scrive da Ravenna a don Giuseppe Iacobellis, che allora seguiva la casa di Giano, e ricorda la formazione vissuta a San Felice prima ancora dell’apertura ufficiale del Probandato. Quelle righe ci fanno capire che la casa aveva cominciato molto presto a essere luogo di educazione dei giovani.

Lettera di Giuseppe Montemeso del 1952
La lettera di Giuseppe Montemeso del 1952.

Poi arrivano Albano, Schellenberg, l’Ohio. I giovani tedeschi scrivono in latino per superare le differenze linguistiche; gli americani si rivolgono ai ragazzi di San Felice chiamandoli “novices” e raccontano un’esperienza formativa simile e insieme diversa. Le lettere dei sacerdoti novelli fanno invece percepire il legame tra una generazione e quella successiva.

Lettera dal noviziato americano
Una delle lettere giunte dal noviziato americano.

Un capitolo speciale è costituito dalla corrispondenza di Gianfranco Piccinini con la mamma, il papà e le sorelline. In quelle lettere il Probandato smette per un momento di essere osservato dalla comunità e viene visto attraverso un figlio e la sua famiglia. Saranno il cuore della pagina dedicata a lui.

Lettera dei probandi della Provincia Teutonica
La corrispondenza dei probandi della Provincia Teutonica.

Pagelle, programmi, giornali

Le pagelle riportano dentro San Felice anche le voci dei più piccoli. Tra il 1961 e il 1966 la casa accolse bambini delle elementari, con una sezione scolastica distaccata da Bastardo e un maestro che raggiungeva appositamente l’Abbazia. Quei fogli con nomi, classi e voti fanno quasi risentire il rumore di una scuola dentro una casa di formazione.

Accanto alle pagelle compaiono Vita Nostra, la stampa diocesana e i manifesti delle grandi celebrazioni. Il centocinquantesimo del 1965, per esempio, non vive soltanto nel registro della casa. Programmi, inserti e pubblicazioni permettono di vedere come San Felice presentò quella festa alla Congregazione e al territorio.

Le fotografie

Poi ci sono le fotografie, forse le presenze più immediate e ostinate. Alcune portano con sé una data; altre conservano soltanto un gruppo davanti all’Abbazia, una gita, una festa, una squadra, un volto che qualcuno deve ancora riconoscere. Anche quando hanno perduto il giorno preciso, continuano a dire che quella vita è passata davvero di qui.

La cronaca può dirci che un gruppo andò in campeggio. Una fotografia ci mostra come erano vestiti, quanto erano giovani, come stavano vicini, chi sorrideva e chi assumeva quella serietà quasi obbligatoria delle fotografie di gruppo di allora. La parola conserva l’avvenimento; l’immagine restituisce la presenza.

La memoria di chi c’era

Accanto alle carte resta infine la memoria personale. Parlare con chi visse quella stagione o con chi ne conobbe i protagonisti può spiegare un nome, riconoscere un volto, restituire il motivo di una scelta. È ciò che è accaduto, per esempio, ricostruendo l’esperienza dei bambini delle elementari attraverso la testimonianza di don Pietro Battista.

Le carte conservano ciò che fu scritto; la memoria di chi c’era restituisce spesso ciò che nessuno pensò di annotare. Quando le due cose si incontrano, un nome ritrova un volto, una fotografia ritrova una storia e perfino un episodio minuscolo torna ad avere il suo posto nella vita della casa.

La storia è tornata intera

Le pagine accompagnano ormai il Probandato fino alla conclusione del 1971 e al nuovo indirizzo assunto dalla casa all’inizio del 1972. Dopo quasi vent’anni di ragazzi, studio, preghiera e partenze, il 22 luglio 1971 compare una riga semplicissima: «I ragazzi non torneranno a S. Felice». Pochi mesi dopo la stessa casa comincia a pensarsi come Centro di spiritualità.

Rimettere insieme questa storia significa quindi molto più che ordinare un archivio. Significa restituire alla casa una stagione della propria vita: il rumore dei ragazzi, la preghiera, i cantieri, il freddo, i pellegrinaggi, le partenze e i ritorni. Le carte hanno custodito tutto questo abbastanza a lungo. Ora possono tornare a raccontarlo.


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