Gianfranco Piccinini, per tutti Vincenzino

Gianfranco Piccinini, detto Vincenzino, tra Sarzano, una lettera di famiglia e l'Abbazia di San Felice

Da Sarzano a San Felice, la breve storia di un giovane probando rimasto nel cuore dei Missionari

Sarzano, nel Polesine, è terra di pianura. Campi distesi, corsi d’acqua, un orizzonte largo che accompagna lo sguardo per chilometri. Da quella piccola frazione della campagna rovighese partì un giorno Gianfranco Piccinini, ancora ragazzo, diretto verso l’Umbria.

Il viaggio lo conduceva verso un paesaggio completamente diverso da quello nel quale era cresciuto. Alla pianura veneta sarebbero succedute le colline e le strade tra gli ulivi, fino all’Abbazia di San Felice, raccolta nella campagna umbra. Negli anni del Probandato arrivavano lì ragazzi da molte parti d’Italia. Alcuni salivano dalla Sicilia o dalla Puglia, altri scendevano dalle regioni del Nord. Lasciavano famiglie che spesso non avrebbero rivisto per mesi e portavano con sé una domanda ancora tutta da comprendere: se il Signore li stesse chiamando a diventare Missionari del Preziosissimo Sangue.

Tra loro arrivò anche Gianfranco. A San Felice entrò nella vita dei probandi, fatta di studio e preghiera, dentro giornate condivise con altri ragazzi che stavano cercando la stessa risposta. A Sarzano continuava a essere Vincenzino. Era il nome con cui lo chiamavano in famiglia e quello che ricorre sulle buste spedite verso l’Abbazia.

Gianfranco Piccinini, detto Vincenzino, giovane probando di San Felice

In quegli anni la lontananza aveva un peso che oggi facciamo fatica a immaginare. Non si poteva ascoltare ogni sera la voce di un figlio partito per l’Umbria. Bisognava scrivere, affidare il foglio alla posta e attendere. Ogni lettera diventava così un piccolo viaggio tra due mondi: Sarzano, con la casa e la parrocchia; San Felice, con la vita nuova che lentamente stava accogliendo il ragazzo.

Le lettere del 1960 ci fanno entrare nella storia quando tutto possiede ancora il passo quieto della vita ordinaria. La malattia non occupa ancora l’orizzonte. Rosa racconta ciò che accade a casa, riferisce chi ha chiesto di lui, manda saluti. Nelle righe passano Elena e Anna Maria, la sorella, il parroco, la suora del paese. Basta che un nome compaia sul foglio e, per qualche istante, Sarzano arriva fino alle colline umbre.

Si può immaginare Vincenzino mentre apre una busta e ritrova uno dopo l’altro volti conosciuti da sempre. La casa continua a cercarlo, la parrocchia segue il suo cammino, le persone del paese domandano di lui. Le distanze si smorzano dentro poche righe scritte a mano.

Soprattutto scrive la madre Rosa. Nelle sue parole la fede appartiene alla vita quotidiana con la stessa naturalezza delle notizie di casa. Ricorda al figlio la preghiera, l’umiltà, l’obbedienza; lo incoraggia a vivere bene il cammino intrapreso. Continua a essere sua madre anche da lontano. Accanto a lei si avverte la presenza di Ferruccio, il padre, più discreta e ugualmente salda. Entrambi hanno lasciato partire il figlio perché possa comprendere con libertà ciò che il Signore gli sta chiedendo.

Di quel tempo rimane anche una piccola traccia scritta da Gianfranco stesso: “La notte santa”, la sua prima poesia. Tra tante parole ricevute, compare finalmente qualcosa che nasce dalla sua mano. Vi si intravede un ragazzo che prova a dare voce alla propria fede mentre il futuro gli appare ancora aperto davanti.

Poi, quasi senza spezzare il ritmo delle giornate, compare una preoccupazione nuova. Riguarda il cuore.

All’inizio del 1961 cominciano le visite mediche. La famiglia segue tutto da lontano, con quella concretezza che accompagna le prove serie. Entrano nelle lettere anche le questioni pratiche legate alle cure. Poco a poco la salute di Vincenzino diventa una vera apprensione.

Il 23 maggio 1961 don Adriano scrive personalmente a Ferruccio. Ha accompagnato Gianfranco a Roma, nella clinica del professor Luigi Condorelli, per gli accertamenti necessari. In quel viaggio si vede quanto il ragazzo sia ormai entrato nella vita della comunità. Don Adriano prende con sé il giovane affidatogli dalla famiglia, segue le visite e tiene informato il padre. La responsabilità del rettore assume la forma semplice di una paternità.

Per alcuni mesi la vita continua. Le lettere da Sarzano portano ancora notizie e saluti. Con l’avvicinarsi dell’autunno il tono cambia. La fede che aveva accompagnato il cammino vocazionale del figlio comincia ora a sostenere una prova che nessuno avrebbe desiderato.

Tra tutte le lettere, quella del 24 settembre 1961 sembra raccogliere in una sola pagina la gioia e l’apprensione di quei mesi. Rosa ha saputo della vestizione di Vincenzino e gli scrive che in famiglia hanno accolto la notizia «con grande gioia». Quel passo rende più concreto il cammino per il quale il ragazzo ha lasciato Sarzano e raggiunto San Felice.

Nello stesso foglio il pensiero corre all’operazione che si avvicina. La madre sente quanto la distanza possa pesare proprio ora e gli scrive che, anche se è lontano, loro gli sono sempre vicini con il pensiero. Poi lo affida a una Mamma e a un Papà più grandi di loro, capaci di concedergli le grazie spirituali e materiali di cui ha bisogno. La vestizione e l’operazione stanno così una accanto all’altra: il futuro che sembra aprirsi e la sua improvvisa fragilità, tenuti insieme dalla fede di una famiglia.

«Coraggio figlio mio, non abbi paura, noi preghiamo tanto il Signore per te».

Rosa a Vincenzino, 6 novembre 1961

Una madre sa che il figlio ha paura e non può stargli accanto in ogni momento. Gli manda ciò che possiede di più vero: la propria preghiera e la certezza che nella prova non è solo.

Documento legato agli ultimi mesi di Gianfranco Piccinini

Il 27 novembre 1961 Gianfranco entra al Policlinico di Roma. Comincia un’attesa lunga. A Sarzano si prega, a San Felice lo si attende, don Adriano segue da vicino ogni passaggio.

L’intervento viene fissato per il 24 gennaio 1962 e affidato al professor Pietro Valdoni. Don Adriano è presente. Sono arrivati anche quattro donatori per Gianfranco, pronti a offrire il proprio sangue se fosse necessario. Attorno a Vincenzino si stringe un piccolo mondo di persone che desiderano riportarlo alla vita di prima.

Durante l’operazione il suo cuore si ferma.

La morte di un ragazzo così giovane rimane una ferita che nessuna parola può rendere leggera. Rosa e Ferruccio avevano affidato il figlio al Signore sperando che la sua vita trovasse una strada nella vocazione religiosa. I compagni lo aspettavano a San Felice. Don Adriano lo aveva accompagnato a Roma perché potesse essere curato. La fede con cui tutti gli erano stati accanto non cancella il dolore; gli offre un orizzonte nel quale attraversarlo.

C’era una richiesta che Gianfranco aveva affidato alla madre: se fosse morto, desiderava rimanere con i Missionari. Quelle parole sarebbero state ricordate anche sulla sua lapide.

Per Rosa accettare quella volontà significava compiere un’ultima consegna. Il figlio rimaneva suo e rimaneva legato alla terra dalla quale era partito. Negli anni trascorsi a San Felice era nata anche un’altra appartenenza, tanto profonda da diventare il suo ultimo desiderio.

I Missionari accolsero la richiesta con una delicatezza che ancora oggi commuove. Al Verano, nella sepoltura dell’Arciconfraternita del Preziosissimo Sangue, vi era il loculo nel quale aveva riposato Giovanni Merlini prima che le sue spoglie fossero trasferite ai Crociferi. Quel luogo era rimasto legato a una delle memorie più care della Congregazione.

Fu proprio lì che venne deposto Gianfranco.

Non aveva terminato il Probandato e non aveva ancora pronunciato voti. Era un giovane in cammino, al quale il tempo non aveva concesso di arrivare là dove sperava. I Missionari gli offrirono il luogo che aveva custodito Merlini, quasi a rispondere alla sua domanda con un gesto: Vincenzino aveva chiesto di rimanere con loro e con loro sarebbe rimasto.

Sulla lapide venne ricordato anche l’appello rivolto alla mamma. In quelle parole sembra raccogliersi tutta la sua breve vicenda. Il ragazzo partito dalla pianura di Sarzano aveva attraversato l’Italia per raggiungere San Felice. All’inizio erano state le lettere a tenere unite le sue due case. Da una parte la famiglia e il paese che continuavano a pensarlo; dall’altra la comunità nella quale stava imparando a riconoscere la propria vocazione.

Alla fine Vincenzino chiese alla madre di lasciarlo con i Missionari. Rosa accettò.

Ci furono il funerale e poi il trigesimo, al quale la madre tornò per pregare ancora accanto al figlio. Vennero preparati i santini in sua memoria. La vita della casa riprese il proprio corso. Altri ragazzi arrivarono al Probandato e altri partirono; gli anni passarono fino a quando anche quella stagione di San Felice si concluse.

Vincenzino rimase.

Rimane ancora oggi nel volto giovane che ci guarda sorridendo, nelle parole della madre e in quella richiesta così semplice. La sua storia non chiede di essere trasformata nella storia straordinaria di un eroe. Gianfranco Piccinini era un ragazzo che aveva lasciato casa per capire se il Signore lo chiamasse a una vita missionaria. Aveva una famiglia che gli voleva bene, persone che chiedevano di lui, qualche paura e un futuro che nessuno poteva conoscere.

Quando il cuore cominciò a tradirlo, gli affetti che lo avevano accompagnato si strinsero ancora di più attorno a lui. La madre pregava, il padre seguiva con fiducia, don Adriano gli rimaneva accanto, la comunità attendeva il suo ritorno. La morte arrivò dentro questa trama di amore e di fede, e non come l’ultima parola sulla sua vita.

Forse è per questo che, dopo tanti anni, Vincenzino continua a tornare alla mente. Il suo volto rimane sospeso tra Sarzano e San Felice, tra una lettera partita da casa e il silenzio dell’Abbazia. Ebbe poco tempo per percorrere la strada che aveva scelto. Ne ebbe abbastanza per sapere dove desiderava appartenere.


Continua il percorso