
Quando una partenza non diventò una fondazione
Nel novembre 1911 don Giuseppe Arrache lasciò Cáceres insieme con don Ottavio Zavatta. La situazione politica spagnola faceva temere nuove restrizioni alle comunità religiose e Arrache pensò che fosse prudente cercare nell’America Latina una possibile via per il futuro. Conosceva quel mondo meglio di molti confratelli: era nato a Concepción del Uruguay, in Argentina, e aveva studiato al Collegio Pio Latino-Americano di Roma, dove aveva stretto amicizia con sacerdoti divenuti poi vescovi.
Partirono il 26 novembre e ai primi del 1912 arrivarono a Città del Messico. Non trovarono una porta già spalancata, ma nemmeno l’indifferenza. L’arcivescovo José Mora y del Río li accolse con favore, pur mettendoli subito davanti alle difficoltà della situazione. Una cappella in costruzione, destinata alla Madonna del Carmine, venne affidata ai Missionari. Il 15 giugno ne presero possesso e il giorno seguente fu solennemente benedetta.
Monterrey: la missione sembrava già allargarsi
Pochi giorni prima, il 1º giugno, l’arcivescovo di Monterrey aveva accolto i Missionari nella propria diocesi e affidato loro la chiesa della Purísima. In pochissimo tempo quella che era partita come una ricerca prudente di un possibile approdo sembrò trasformarsi in una vera espansione missionaria.
Arrivarono altri tre confratelli: lo spagnolo Matteo Marin Blas e gli italiani Nicola Santoro e Riccardo Fantozzi. Anche il vescovo di Saltillo propose una fondazione a Monclova. Arrache, che aveva sostenuto personalmente molte delle spese dell’iniziativa, scriveva con entusiasmo che avrebbe potuto aprire altre dieci Case se la Congregazione gli avesse mandato uomini sufficienti.
In pochi mesi il futuro sembrava quasi troppo grande per le forze disponibili. Fu proprio l’impossibilità di rispondere subito a tutte quelle richieste a impedire che un numero maggiore di Missionari venisse coinvolto in ciò che stava per accadere.
La rivoluzione arrivò prima delle nuove Case
Nel 1913, dopo l’uccisione del presidente Francisco Madero, la guerra civile tornò a infiammare il Paese. Le città passarono di mano, le fazioni armate si affrontarono e la vita delle comunità religiose divenne sempre più incerta. Le prospettive che soltanto pochi mesi prima sembravano moltiplicarsi cominciarono a chiudersi una dopo l’altra.
Nel 1914 Zavatta e Riccardo Fantozzi furono costretti ad abbandonare Monterrey e a rifugiarsi in Texas. Zavatta trovò ospitalità presso gli Oblati a Brownsville; Fantozzi raggiunse San Antonio, dove venne accolto dalle Suore del Verbo Incarnato e trovò anche un confratello della Provincia statunitense.
Nicola Santoro rimase più a lungo a Monterrey, sperando che la violenza si placasse. Alla fine dovette andarsene anche lui, e lo fece travestito. La memoria del 1915 ricorda l’aiuto del console italiano, che si adoperò perché i Missionari potessero uscire senza essere travolti dalla situazione.
Nascosti nella capitale
Arrache e Matteo Marin riuscirono a resistere ancora per qualche tempo a Città del Messico. Vivevano però nascosti, mentre la capitale veniva presa e perduta dalle diverse forze in lotta. Anche per loro arrivò infine il momento di partire. Marin tornò in Spagna; gli altri Missionari trovarono rifugio nelle Case della Congregazione negli Stati Uniti.
Nel giro di due anni ciò che nel 1912 sembrava l’inizio di una vasta presenza era praticamente scomparso. Le chiese affidate, i progetti e le richieste di nuove fondazioni non bastarono a resistere alla violenza della storia.
Una pagina che il centenario non volle nascondere
Quando nel 1915 la Congregazione pubblicò il volume del primo centenario, la vicenda era ancora recentissima. Non la eliminò dal racconto perché non aveva prodotto una Provincia, una lunga serie di Case o un’opera destinata a durare. Le dedicò invece una sezione propria, mentre alcuni dei protagonisti vivevano ancora lontani dal Messico e conservavano il desiderio di poter tornare.
È un particolare importante. Le storie religiose diventano facilmente racconti nei quali ogni partenza sembra preparare un successo. Il Messico ricorda che non fu così. Quei Missionari partirono davvero, furono accolti, lavorarono, immaginarono un futuro e poi dovettero lasciare tutto. La loro missione non divenne una presenza stabile, ma appartenne ugualmente alla storia della Congregazione.
La strada rimasta interrotta
Arrache aveva guardato al Messico pensando che potesse diventare una nuova terra per la Congregazione. Per qualche mese sembrò aver avuto ragione. Poi la rivoluzione mostrò quanto fragile possa essere un progetto affidato a uomini che non controllano gli eventi nei quali sono immersi.
Rimane l’immagine di quei Missionari dispersi fra Spagna, Texas e Stati Uniti, costretti a lasciare comunità che avevano appena cominciato a conoscere. Non ogni seme arriva a diventare albero. Qualcuno resta nella terra senza che chi lo ha deposto possa vedere ciò che ne sarà. Anche questo appartiene alla libertà e alla povertà della missione.
Per seguire il percorso internazionale della Congregazione
Missionaries of the Precious Blood – Our History, storia ufficiale della Congregazione e delle sue aperture internazionali.
La vicenda messicana è raccontata estesamente nel volume Nel primo centenario della Congregazione del Preziosissimo Sangue, 1915, nella sezione «Nel Messico».