La Casa Madre dei Missionari del Preziosissimo Sangue

La Casa Madre dei Missionari del Preziosissimo Sangue nell’Abbazia di San Felice

Per i Missionari del Preziosissimo Sangue San Felice è la Casa Madre. Il nome non indica soltanto che qui venne aperta la prima dimora stabile della nuova comunità missionaria: dice qualcosa di più profondo, perché tra queste mura la Congregazione cominciò a imparare la propria vita comune, a formare i suoi uomini e a partire verso il popolo per la predicazione. Quando il 15 agosto 1815 l’antica Abbazia accolse solennemente la Casa di Missione, una storia cristiana già lunga molti secoli ricevette una vocazione nuova.

San Felice arrivò nel momento in cui Gaspare del Bufalo cercava una forma concreta per l’opera missionaria maturata dopo gli anni della prigionia napoleonica. Il ritorno di Pio VII a Roma aveva riaperto alla Chiesa dello Stato Pontificio un tempo di ricostruzione e il Papa guardava alle missioni popolari come a uno degli strumenti capaci di raggiungere nuovamente comunità segnate dagli sconvolgimenti politici e religiosi degli anni precedenti. Perché quella missione potesse durare occorrevano uomini disponibili a vivere per essa e una casa nella quale raccoglierli.

Una casa cercata prima di essere abitata

San Felice entrò progressivamente dentro questo progetto. L’antico complesso possedeva già la memoria del martire, la chiesa e il convento avevano ospitato per secoli altre comunità religiose e la breve presenza dei Passionisti si era conclusa da pochi anni. La casa era disponibile, pur trovandosi in condizioni modeste e bisognose di cura. Il suo isolamento, che poteva apparire un limite, offriva anche il silenzio necessario a una comunità chiamata a raccogliersi tra una missione e l’altra.

Dietro la scelta di San Felice agirono persone diverse e, insieme, anche un desiderio che nasceva dal territorio. I gianesi volevano che l’antica Abbazia tornasse ad avere una presenza stabile e tra coloro che si adoperarono perché ciò accadesse vi fu l’avvocato Giuseppe Paolucci, possidente di Giano e collaboratore di monsignor Belisario Cristaldi. Proprio Cristaldi e Paolucci finirono per far incontrare due attese: quella della popolazione, che desiderava vedere nuovamente abitato San Felice, e quella degli Operai Evangelici, che cercavano una casa nella quale vivere insieme e prepararsi alle missioni. Gaetano Bonanni portava l’esperienza di quella fraternità sacerdotale; Gaspare riconosceva nelle missioni il campo al quale consegnare le proprie energie. San Felice divenne così il luogo nel quale queste strade poterono finalmente convergere.

Il 30 ottobre 1814 Gaspare visitò personalmente l’Abbazia. Un mese più tardi, il 30 novembre, il rescritto pontificio destinò la chiesa e il convento al Pio Istituto. Anche la forma della nuova comunità rappresentava una novità: non si trattava di affidare San Felice a un ordine religioso già costituito, ma a sacerdoti secolari che sceglievano di vivere insieme per dedicarsi stabilmente alle missioni. Proprio per questo gli inizi richiesero prudenza, trattative e garanzie, prima che quella presenza potesse assumere una forma stabile. Dietro le date e gli atti giuridici si preparava dunque qualcosa di più di una semplice riapertura del convento: una nuova maniera di vivere il ministero sacerdotale in fraternità e per la missione.

L’estate del 1815

Il passaggio decisivo arrivò nell’estate del 1815. Il 5 luglio il priore Adriano Luparini prese possesso giuridico di San Felice come procuratore di don Gaetano Bonanni. Il 26 luglio Bonanni e Gaspare furono ricevuti da Pio VII e, nei giorni immediatamente successivi, Gaspare si mise in viaggio verso l’Umbria; il 1º agosto era a San Felice e si dedicò a preparare concretamente la casa che avrebbe dovuto accogliere i primi compagni.

Bonanni partì da Roma il 9 agosto insieme con Adriano Giampedi e Vincenzo Tani. La sera dell’11 agosto i tre arrivarono finalmente a San Felice, dove Gaspare li attendeva dopo giorni trascorsi a rendere abitabili gli ambienti e a preparare la chiesa. Quasi tutto ciò che serviva per cominciare era stato raccolto con mezzi poverissimi e molte delle suppellettili erano state prese in prestito. Appena giunti entrarono in chiesa e cantarono il Te Deum. Bonanni scrisse quella stessa sera, in fretta, mentre il messaggero aspettava di ripartire: raccontò la gioia della gente, il lavoro compiuto da Gaspare e il triduo che sarebbe iniziato l’indomani. Persino la penna e il calamaio, annotava, funzionavano male. È un dettaglio minuscolo e prezioso: la Casa Madre cominciava così, tra povertà, fretta, gratitudine e un popolo che vedeva finalmente tornare vita dentro l’antica Abbazia.

Il 15 agosto, solennità dell’Assunzione della Vergine Maria, l’apertura della Casa di Missione venne celebrata pubblicamente. Il popolo partecipò alla festa e San Felice cominciò ufficialmente la sua nuova vita. Gaspare avrebbe ricordato quel principio con parole semplici: «La nostra opera l’ho affidata coi miei compagni a Maria Santissima». Anni dopo Pietro Maria De Victoriis avrebbe parlato dell’Istituto che a Giano era apparso «come in culla». L’immagine dice bene ciò che accadde quel giorno: non nacque ancora una struttura compiuta, ma una vita affidata, fragile e reale. Gaetano Bonanni ne assunse la direzione, mentre Gaspare continuò quel movimento tra la casa e le missioni che avrebbe segnato gli anni successivi.

Bonanni e la fedeltà degli inizi

Nei primi mesi si comprese rapidamente quanto fosse difficile trasformare un progetto in una comunità reale. San Felice non disponeva di grandi mezzi, la casa aveva bisogno di essere sistemata e la forma stessa di quella nuova esperienza era ancora poco conosciuta. A rendere tutto più fragile contribuì anche il rapido movimento degli uomini: Adriano Giampedi lasciò presto la comunità e l’11 settembre 1815 partì anche Gaspare, diretto alle missioni e alla ricerca di altre case. In seguito dovette assentarsi anche Vincenzo Tani. La fondazione che il 15 agosto aveva raccolto quattro sacerdoti rischiò dunque, nel giro di poco tempo, di ridursi quasi alla sola presenza stabile di Bonanni.

La precarietà non riguardava soltanto il numero dei sacerdoti. Nell’autunno del 1815 arrivò a San Felice don Luigi Achille, destinato a diventare uno degli uomini più preziosi della prima comunità. Le risorse erano scarsissime e le rendite assegnate alla Casa non giungevano con regolarità; nei periodi in cui Bonanni era fuori per il ministero, Achille sperimentò anche la solitudine di una comunità ancora troppo piccola. Bonanni poteva scrivere che a San Felice erano passati molti uomini, ma troppo spesso erano stati «passeggieri, e non stabili». La Casa Madre nacque anche attraverso questa pazienza: uomini che decisero finalmente di restare abbastanza a lungo perché una fondazione diventasse una comunità.

Fu allora che la fedeltà di Gaetano Bonanni acquistò il suo vero peso. Rimase a San Felice quando sarebbe stato facile leggere la povertà di mezzi e la dispersione dei primi compagni come il segno di un tentativo destinato a esaurirsi. Continuò invece a custodire la Casa, a sostenere il rapporto con la popolazione e a dare alla vita comune quella continuità quotidiana senza la quale l’impulso missionario non avrebbe avuto un luogo al quale tornare. Gaspare percorreva città e paesi, predicava e cercava nuovi collaboratori; Bonanni manteneva accesa la vita della prima Casa.

Altri uomini arrivarono a sostenere questa presenza ancora fragile. Bernardino Sardegna e Giosafat Petrocchi furono inviati a San Felice per aiutare Bonanni e, poco alla volta, la comunità cominciò ad assumere il volto di una vera famiglia missionaria. Il 15 maggio 1816 Bonanni poteva ormai descrivere San Felice come la «solitudine» nella quale Dio lo aveva condotto con altri sacerdoti per dare principio a un’opera capace di tenere insieme l’attività delle missioni e la vita interiore di chi le predicava. È forse una delle prime definizioni spirituali della Casa Madre: un luogo nel quale raccogliersi davanti a Dio per poter poi tornare tra la gente.

Una casa da cui partire e alla quale tornare

San Felice non nacque per trattenere i missionari tra le proprie mura. La casa esisteva perché essi potessero partire e, nello stesso tempo, perché avessero un luogo nel quale ritrovare il silenzio necessario alla propria vita spirituale. Le missioni popolari li conducevano nelle città, nei paesi e nelle campagne; dopo settimane di apostolato San Felice offriva il luogo nel quale pregare, riposare, preparare nuovi impegni e accogliere uomini che desideravano condividere quella vocazione. La formula usata da Bonanni nel 1816 contiene già questo equilibrio: la missione fuori dalla Casa e la santificazione personale dentro una vita raccolta non erano due strade diverse, ma le due dimensioni della stessa chiamata.

Questa alternanza tra raccoglimento e missione diede progressivamente alla Casa Madre il suo carattere. Qui si celebrarono esercizi spirituali, si formarono giovani e si organizzò la vita interna dell’Istituto; il lavoro dei fratelli coadiutori e la cura dei campi permettevano alla comunità di vivere, mentre i sacerdoti si spostavano continuamente per la predicazione. Dentro questa quotidianità, fatta di partenze e ritorni, di preghiera e lavoro, la Congregazione imparava a essere se stessa. San Felice non fu soltanto la prima sede cronologica dell’Istituto: divenne il luogo nel quale la missione imparò ad avere una casa.

«Là in Giano è il mio cuore»

Le lettere di san Gaspare permettono di seguire il suo rapporto personale con San Felice: i soggiorni, la vita quotidiana, i giovani del Convitto, le passeggiate nelle selve, il desiderio di ritirarsi qui come sagrestano o portinaio e l’ultimo passaggio del 1834.

Governare la prima Casa

L’Epistolario di san Gaspare permette di seguire gli uomini ai quali, nel tempo, vennero affidate responsabilità diverse nella Casa Madre. Superiori, Presidenti ed Economi non furono sempre la stessa persona: attraverso i loro volti si può leggere dall’interno la crescita di San Felice, dalla fondazione fino agli ultimi mesi della vita del Fondatore.

Giovanni Merlini: amare una casa significa anche averne cura

Nel 1820 arrivò a San Felice Giovanni Merlini. Vi era giunto per compiere gli esercizi spirituali e proprio qui incontrò Gaspare del Bufalo. L’antico convento che aveva accolto con tanta fatica i primi Missionari divenne anche il luogo nel quale maturò una delle vocazioni destinate a segnare profondamente la storia dell’Istituto.

Merlini imparò presto a conoscere San Felice in ogni suo aspetto. Quando gli vennero affidate responsabilità nella casa, si trovò davanti ambienti bisognosi di riparazioni, conti da ordinare, campi da rendere produttivi e giovani da accompagnare. La povertà apparteneva alla scelta missionaria; la trascuratezza, ai suoi occhi, non possedeva la stessa dignità. Per questo amministrò, fece inventari, seguì i lavori e organizzò l’azienda agricola con la medesima serietà con cui si occupava della formazione.

Le cronache lo mostrano persino mentre fa piantare cinquantadue ulivi, insieme con viti e alberi da frutto. È un particolare apparentemente domestico che racconta molto bene la Casa Madre: gli uomini destinati a predicare il Vangelo dovevano anche fare in modo che vi fosse una casa alla quale tornare, capace di nutrire chi la abitava e di accogliere chi veniva formato alla missione. Merlini fu presidente, economo e responsabile del convitto e contribuì a rendere San Felice un luogo nel quale disciplina spirituale e responsabilità quotidiana potessero sostenersi reciprocamente.

Negli anni Trenta dell’Ottocento la funzione formativa della casa si sviluppò ulteriormente attraverso il Probandato. San Felice accoglieva giovani che si preparavano alla vita missionaria e diventava nello stesso tempo luogo di esercizi spirituali anche per il clero. Nel 1854, quando l’arcivescovo di Spoleto volle organizzare sette turni di esercizi per i sacerdoti della diocesi, Merlini tornò ancora una volta a San Felice per prepararne lo svolgimento. La prima casa della Congregazione continuava così a servire la missione anche formando coloro che avrebbero portato il Vangelo altrove.

Perdere la Casa Madre

Nel gennaio 1862 la soppressione raggiunse San Felice. I Missionari furono costretti ad abbandonare la casa nel cuore della notte, sotto la pioggia e nel freddo; don Camillo Rossi protestò e venne arrestato. La vicenda appartiene alla storia più ampia delle soppressioni seguite all’unificazione italiana, mentre per la Congregazione possedeva un significato particolarmente doloroso: veniva sottratto il luogo nel quale la comunità aveva cominciato a vivere e nel quale riposavano alcuni dei confratelli delle origini.

La presenza missionaria non scomparve immediatamente dalla memoria della casa. Don Domenico Giuggioloni rimase nei pressi di San Felice, rifugiandosi al santuario della Madonna del Fosco e custodendo la speranza di poter rientrare. Gli anni passarono e quella possibilità si allontanò, fino a quando il Capitolo generale del 1896 dovette prendere atto della situazione e chiudere definitivamente la Casa. Per comprendere l’intera vicenda storica, con la successiva presenza delle Adoratrici e il lungo percorso che avrebbe condotto al riacquisto, si può leggere la pagina dedicata alla Storia dell’Abbazia.

San Felice rimase tuttavia nella coscienza della Congregazione. Giacinto Petroni, nato a Giano e divenuto Superiore generale, lavorò perché la Casa Madre potesse essere recuperata; negli anni Venti cominciarono le pratiche concrete per il riacquisto, proseguite durante il governo di Antonio Velardi. Quando, alla fine del 1937, il ritorno divenne finalmente possibile, i Missionari non stavano acquistando semplicemente un antico edificio: rientravano nel luogo dal quale la loro storia comune aveva preso avvio.

27 dicembre 1937: tornare nella casa delle origini

La cronaca della sera del 27 dicembre 1937 restituisce al ritorno tutta la sua intensità. Nel freddo della tramontana una processione partì dalla Madonna delle Grazie e accompagnò verso San Felice i membri della nuova comunità: don Vincenzo d’Alessandro, superiore della casa, don Carmine Fico e fratel Francesco Proscio, insieme con altri Missionari e con la popolazione. Quando il corteo raggiunse l’Abbazia, la chiesa si riempì e il Te Deum tornò a risuonare dentro quelle mura; seguì la benedizione con la reliquia del Beato Gaspare e, terminata la celebrazione, i Missionari presero nuovamente dimora nella loro prima casa.

Partecipanti al V Capitolo Generale della Congregazione del Preziosissimo Sangue, celebrato a Roma nell’agosto 1928.
V Capitolo Generale della Congregazione del Preziosissimo Sangue, Roma, agosto 1928. Nell’iscrizione originale sono indicati: Cael. Altavilla (IV Defin.); Alph. Santolini (Del. Prov. Flum.); Raph. Cerracchio (Prov. Neap. et Bari); Vinc. Bruni (Defin. Gen.); Dom. Baldazzi (III Consult. Gen.); Amil. Rey (Del. Prov. Rom.); Did. Banchmann (Del. Prov. Americ.); Geor. Hünefeldner (Del. Prov. Americ.); Aemil. Keller (Del. Prov. Helvet.); Joan. Varrone (Prov. Missionum); Ivo Bonazzi (Prov. Romana); Joseph Casimi (Prov. Rhenanae); Frider. Scharper (Del. Prov. Americ.); Meinr. Koeter (Del. Prov. Americ.); Oibner Kappele (Del. Prov. Americ.); Franc. Saralla (II Consult. Gen.); Ignatius Wexter (Prov. Americ.); Joseph Scharper (Prov. Sueveriae, tempor. ableg.); Antonius Velardi (Consiliarius Generalis, civis); E.mus D. Aloysius Fantozzi (Praeses Capituli); Octavius Zavatta (Pro Missionibus, civis); Isidorus Oberhauser (obediens); Gregorius Justl (Prov. Trident.).

San Felice riprese subito il carattere missionario che aveva avuto fin dalle origini. La piccola comunità tornò a predicare nei paesi circostanti, a celebrare le grandi feste dell’Abbazia e ad accompagnare pastoralmente un territorio che aveva mantenuto un rapporto profondo con quel luogo. La guerra avrebbe presto attraversato anche questa rinascita e imposto anni difficili, senza spegnere la vita della casa.

Una casa che torna a formare

Nel 1945, terminata la guerra, San Felice cominciò ad accogliere durante il periodo estivo il convitto filosofico e teologico romano. La presenza dei giovani restituì all’antico convento una vivacità particolare: essi partecipavano alla liturgia, animavano con il canto le feste, condividevano la vita della comunità e incontravano la gente dei paesi vicini. Quell’esperienza, ripetuta negli anni successivi, fece comprendere sempre più chiaramente che la Casa Madre possedeva ancora una naturale vocazione formativa.

Nel 1954 venne così aperto ufficialmente il Probandato, diretto da don Adriano Iacovacci. Proprio negli stessi anni la chiesa era interessata dal grande cantiere di restauro che, tra il 1954 e il 1957, ne consolidò le strutture e le restituì gran parte del volto romanico oggi visibile. Mentre l’edificio antico veniva recuperato, nuove generazioni di giovani Missionari tornavano a essere formate nella casa delle origini. Per conoscere più da vicino questa stagione è possibile leggere l’approfondimento Il grande restauro dell’Abbazia (1954-1957).

Perché ancora oggi la chiamiamo Casa Madre

Due secoli di storia hanno cambiato molte cose intorno a San Felice. La Congregazione si è diffusa ben oltre i confini nei quali si muovevano i primi Missionari e le forme della vita religiosa e dell’apostolato hanno conosciuto trasformazioni profonde. L’Abbazia continua però a occupare un posto particolare nella memoria dei Missionari del Preziosissimo Sangue, perché qui le intuizioni delle origini dovettero misurarsi per la prima volta con la vita quotidiana di una comunità reale.

Chiamarla Casa Madre significa dunque ricordare una maternità fatta di uomini accolti, formati e inviati. Significa custodire le fatiche di Bonanni, le partenze di Gaspare, la cura concreta di Merlini e la memoria dei confratelli che qui hanno consumato la loro vita. Anche le sepolture presenti nella cripta raccontano questa appartenenza e saranno approfondite nella pagina dedicata ai Missionari che San Felice continua a custodire.

Oggi l’Abbazia è chiusa per i lavori di restauro e non può accogliere persone, gruppi, esercizi spirituali o visite. La comunità vive temporaneamente nella piccola casa di Lutriano, continuando la preghiera, la vita fraterna e i ministeri ecclesiali che possono essere svolti fuori da San Felice. La Casa Madre rimane il luogo verso il quale la comunità guarda in attesa del ritorno: il passato custodito in queste mura continua così a essere responsabilità presente, anche nel tempo in cui esse non possono essere abitate.


Per conoscere e approfondire

Michele Colagiovanni, Vita di monsignor Gaetano Bonanni. Alle radici della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue, Stilgraf, Cesena, 2022.

Michele Colagiovanni, Giovanni Merlini. Ventiquattro ore al giorno, Edizioni Primavera Missionaria.

Michele Colagiovanni, «La copertina e l’evento», Il Sangue della Redenzione, XIII, 2 (2015), pp. 45-72, per la fondazione di San Felice, la prima comunità e la vita della Casa negli anni delle origini.

Missionari del Preziosissimo Sangue, 200 anni di noi, volume dedicato al bicentenario della Congregazione e alla memoria delle origini.

Missionari del Preziosissimo Sangue – Comunità di Giano dell’Umbria, Abbazia di San Felice.

Missionari del Preziosissimo Sangue – San Gaspare del Bufalo.

Cronache e documentazione della Casa Madre di San Felice, con particolare riferimento alla fondazione del 1815, alla riapertura del 1937 e alla storia formativa della casa.