
Abbazia di San Felice · Il Probandato
Finché i ragazzi non tornarono
1965-1971 · Dalla grande festa di san Gaspare al nuovo indirizzo della casa
Se qualcuno fosse arrivato a San Felice nella seconda metà degli anni Sessanta senza conoscere ciò che sarebbe accaduto dopo, difficilmente avrebbe pensato di trovarsi davanti a una storia prossima alla conclusione. La casa era piena di lavori, di sacerdoti che arrivavano e ripartivano, di pellegrini diretti al Fosco, di ospiti, esercizi spirituali, feste e ragazzi. Si costruiva ancora, si sistemavano ambienti, si aprivano strade, si piantavano alberi. San Felice non aveva il volto di una casa che si spegneva. Aveva ancora quello, rumoroso e un po’ disordinato, di una casa che viveva intensamente.
Quando san Gaspare tornò a casa
Il 1965 prese lentamente la forma di un’attesa. Si avvicinava il centocinquantesimo anniversario della fondazione della Congregazione e quasi ogni cosa a San Felice sembrava orientarsi verso agosto. Si restauravano il tetto e le finestre, si trasformava la grande sagrestia in cappella, si lavorava al Fosco, si acquistavano lenzuola, piatti e bicchieri, si sistemavano gli ambienti per gli ospiti. I probandi erano dentro questo movimento fino al collo. Portavano materiali, pulivano, lavoravano nei cantieri, continuavano a studiare e a pregare, poi uscivano per le celebrazioni nelle parrocchie.
E la casa sapeva ancora ridere. Alla fine del Carnevale sette figure in bianche vesti attraversarono i corridoi portando candele, un teschio e perfino una bara, cantando In Paradisum, Dies irae e Libera me per indurre soprattutto i superiori a pensieri salutari sulla morte. L’effetto ascetico subì qualche cedimento quando il corteo raggiunse il refettorio e incontrò anice, marsala e frittelle rimaste sul tavolo. Anche i fantasmi finirono per cedere alle tentazioni terrene e, nel tentativo di tornare ai propri sepolcri, furono accolti da una secchiata d’acqua. Il Mercoledì delle Ceneri riportò rapidamente tutti a maggiore compostezza.
Nello stesso periodo anche la liturgia cominciava a dare il senso di un tempo nuovo. Verso la fine del 1965 il cronista annota che già gli sembrava di assistere a una «Messa del Vaticano II in italiano». Eppure non aveva ancora visto nulla. Sarebbero passati altri quattro anni prima del nuovo Ordo Missae e dei cambiamenti più profondi che avrebbero trasformato il modo di celebrare. A San Felice, intanto, l’aria sembrava già conciliare: cambiavano alcune parole, alcuni gesti, il modo stesso di vivere la celebrazione, mentre la comunità imparava poco alla volta ad abitare una Chiesa che stava assumendo un volto nuovo.
A luglio arrivarono i Padri Capitolari e nei corridoi si intrecciarono italiano, spagnolo, portoghese, tedesco e inglese. Il cronista parlò di un «piccolo concilio». Per un ragazzo cresciuto magari in un paese italiano, vedere sacerdoti provenienti da mondi tanto diversi seduti alla stessa mensa doveva dare alla parola “Congregazione” un significato nuovo. San Felice restava un’antica Abbazia umbra e, per qualche giorno, diventava internazionale.
Poi agosto arrivò davvero. L’Abbazia era «tutto un cantiere»: sedie, lampadine, fili, chiodi, pali, scope, impalcature, telefonate e vasi passavano continuamente per le mani di qualcuno. L’8 agosto le reliquie di san Gaspare arrivarono da Roma e attraversarono i paesi prima di raggiungere San Felice. Il cronista rinunciò quasi a descrivere ciò che vide e scrisse soltanto che nessuno avrebbe potuto ridire pienamente quella sera.
Il 15 agosto 1965 San Felice fu per un giorno il centro visibile della Congregazione. Si susseguirono Messe, pellegrini, vescovi, il Superiore Generale e il cardinale Luigi Traglia. Per i probandi la festa ebbe un significato particolare: gli stessi ragazzi che avevano trasportato sedie e montato strutture servirono ora nelle celebrazioni solenni. La storia studiata nei libri aveva preso possesso della casa.
Gli ultimi anni dei “piccoletti”
Nel 1965 e nel 1966 continuò anche l’esperienza dei bambini delle elementari iniziata nel 1961. Accanto ai probandi più grandi vivevano i «piccoletti», con le loro classi, i quaderni, le pagelle, le vacanze e quella capacità di rendere inevitabilmente più rumorosa qualunque casa. La sezione elementare distaccata da Bastardo e il progetto del piccolo seminario appartengono precisamente a questa stagione, che si conclude nel 1966.
Sono anche gli anni nei quali San Felice si prepara materialmente al futuro. Si costruiscono le cappelline della Via Crucis, si lavora al campo da calcio, si piantano alberi e si sistema la zona davanti all’Abbazia. I ragazzi prendono pala e piccone, cantano nelle ordinazioni, predicano durante il mese mariano e poi tornano a giocare. Quando il campo da calcio viene finalmente inaugurato contro Montecchio, i probandi vincono cinque a zero. La cronaca lo registra con la soddisfazione di chi sa che la carità fraterna non obbliga a lasciare segnare l’avversario.

In quei mesi passarono anche i primi missionari diretti in Tanzania. Prima della partenza la comunità pregò con loro e cantò brani della Messa Luba. L’Africa cessava per qualche ora di essere un nome lontano: aveva i volti di uomini conosciuti che stavano per partire con il Crocifisso missionario. Per i giovani, una lezione sulla missione non avrebbe potuto essere più concreta.
Davanti alla facciata, intanto, venne issata la grande statua di san Gaspare. Una gru la sollevò lentamente sul basamento dopo ore di lavoro delicato. L’anno precedente le reliquie del Fondatore erano rimaste a San Felice per ventisette giorni, diciannove ore e venti minuti, secondo il calcolo affettuosamente preciso della cronaca. Ora san Gaspare rimaneva davanti alla sua casa in un’altra forma, mentre sotto il suo sguardo passavano le ultime classi dei piccoli, i probandi e la gente del territorio.

Una decisione che cambia la storia
Nel 1967 la casa continua a vivere con intensità. Ci sono le feste, i pellegrinaggi, la Schola Cantorum, le attività pastorali, gli incontri con i giovani e le visite dei sacerdoti. Proprio per questo la nota che compare in autunno sorprende per la sua semplicità. Il 1° ottobre 1967 il cronista scrive: «Quest’anno non vi sarà l’anno di Probandato. Così hanno deciso i Superiori».
Il ciclo specifico del Probandato si interrompe. La casa non chiude e la formazione vocazionale continua in una forma diversa, con aspiranti e, negli anni successivi, con quello che verrà chiamato Collegio vocazionale. È una trasformazione silenziosa: non una porta sbattuta, bensì un nome e un modello che lasciano lentamente spazio a un altro modo di accompagnare i giovani.
Il mondo entra nell’Abbazia
Il mondo intorno, nel frattempo, stava accelerando. Nel 1968 un ritiro dei sacerdoti della diocesi viene descritto dalla cronaca come «agitato da varie contestazioni». È una sola frase, abbastanza per far sentire che anche qui arrivava il clima di quegli anni. I sacerdoti frequentavano l’Università, le Costituzioni venivano riviste, le chiese adattavano altari e spazi secondo la riforma liturgica, gruppi culturali e associazioni utilizzavano San Felice per incontri e convegni.
La casa conservava comunque il proprio gusto per le cose concrete. Entravano automobili, biciclette, elettrodomestici, nuovi impianti. Il vecchio cane Rufo lasciò la comunità «per godersi il meritato riposo», notizia che il cronista considerò con ragione degna della posterità. Le grandi trasformazioni della Chiesa e della società convivevano con una lavastoviglie e un cane anziano, come succede alla vita reale quando nessuno ha ancora provveduto a trasformarla in un manuale di storia.
Poi venne una notte memorabile. Nel luglio 1969 sacerdoti e ragazzi rimasero svegli davanti al televisore per assistere al primo sbarco dell’uomo sulla Luna. Per anni la cronaca aveva parlato di camminate sui Martani, neve, processioni, campane e lavori. Ora un’antica Abbazia medievale osservava un uomo camminare su un altro mondo. La nota è asciutta: passarono la notte «dinanzi al video». Non occorre altro.
Pochi mesi dopo entrò in uso il nuovo Ordo Missae. Nel giro di pochi anni erano cambiati la lingua della celebrazione, il modo di disporre gli spazi liturgici, i mezzi di comunicazione e perfino l’orizzonte fisico dell’uomo. San Felice attraversava tutto questo continuando a cantare, pregare, educare e accogliere.
Nessuno sembrava prepararsi alla fine
Il 1970 è forse l’anno che più sorprende quando lo si rilegge sapendo ciò che accadrà dopo. Gli aspiranti tornano dalle vacanze accompagnati dai genitori, frequentano le scuole medie, incontrano gli insegnanti, partono per gite e ritiri. Le famiglie trascorrono intere giornate a San Felice. Continuano i pellegrinaggi alla Madonna del Fosco e quello proveniente da Spello porta più di seicento persone davanti alla casa. Il Comune di Giano finanzia perfino un nuovo impianto di illuminazione dell’Abbazia.
I nomi degli alunni delle classi medie continuano a comparire uno dopo l’altro, come negli anni precedenti. Nulla, leggendo quelle righe, fa pensare che il ritorno dopo l’estate possa essere diverso dagli altri. A Natale la neve rende le strade quasi impraticabili e impedisce a molti fedeli di raggiungere la chiesa. I ragazzi partono per le vacanze. Ancora una volta sembra la consueta pausa prima del ritorno.
«I ragazzi non torneranno a San Felice»
Anche il 1971 comincia come tanti altri anni. A gennaio i ragazzi tornano dalle vacanze. Si organizzano gite e ritiri, arrivano sacerdoti e visitatori; il cardinale Confalonieri passa da San Felice. Don Adriano, intanto, trascorre sempre più tempo negli archivi per preparare la tesi sulla storia dell’Abbazia. È una coincidenza quasi perfetta: mentre una stagione recente della casa sta per chiudersi, qualcuno cerca nei documenti le vite ancora più antiche delle stesse mura.
La primavera rimane piena di attività. Arrivano pellegrini da Spello e Montefalco, le famiglie degli aspiranti trascorrono tempo nella casa, l’Azione Cattolica utilizza gli ambienti per i propri incontri. A giugno i ragazzi partono per le vacanze, prima quelli della prima e seconda media, poi quelli della terza. È una partenza normale, uguale a tante altre.
Il 22 luglio 1971 il cronista scrive una sola frase: «I ragazzi non torneranno a S. Felice». Non c’è una spiegazione, non c’è una cerimonia, non c’è un bilancio. La frase rimane sola, quasi troppo piccola per contenere ciò che significa. Quelli che erano partiti per le vacanze non sarebbero rientrati. Le camere, le aule e il campo da pallone avrebbero continuato a esistere; il ritmo che per tanti anni li aveva tenuti insieme non sarebbe ripreso.
L’Abbazia, però, non diventò silenziosa. Arrivò un diacono per prepararsi all’ordinazione, passarono missionari di ritorno dal Capitolo generale celebrato in America, don Corrado trascorse alcuni giorni con dieci ragazzi, arrivarono scout e lupetti. San Felice cominciava quasi spontaneamente a sperimentare un’altra forma di ospitalità. Le voci giovanili tornavano ancora, soltanto non appartenevano più a una comunità stabile scandita dall’anno scolastico.
Una casa deve trovare un nuovo motivo per esistere
Poi arriva ottobre e sulla pagina compare una frase che cambia improvvisamente il tono di tutto ciò che precede: «Nuova direzione e nuovo indirizzo della Casa di S. Felice». Don Adriano lascia San Felice dopo gli anni trascorsi nella direzione del Probandato e poi del Collegio vocazionale. Gli succede don Vincenzo Lupo. Il Collegio, ormai ridotto a pochi ragazzi, viene trasferito ad Albano. Per San Felice comincia un’altra stagione: la casa dovrà aprirsi a singoli e gruppi, offrendo preghiera, riposo, incontri e formazione.
La trasformazione passava anche attraverso faccende molto terrestri. Bisognava pensare alla cucina, alle camere, alle pulizie, a una famiglia che garantisse il servizio della casa; recuperare ambienti; riordinare l’archivio; discutere con il Comune e con l’Azienda Agraria. La spiritualità, prima di diventare programma, doveva fare i conti con armadi da svuotare e appartamenti da preparare. Non è particolarmente poetico, ed è precisamente per questo che è vero.
Alla fine di dicembre una cinquantina di ragazzi delle scuole medie della zona arrivò a San Felice per una giornata di ritiro. Pranzarono insieme, vennero alcuni genitori e nella sala capitolare furono predisposti dei giochi. All’inizio dell’anno i ragazzi abitavano ancora stabilmente nell’Abbazia; in estate era stato deciso che non sarebbero tornati. Ora altri giovani riempivano nuovamente la casa, questa volta per un giorno. San Felice non stava tornando al passato. Stava cominciando a provare il futuro.
15 gennaio 1972: uscire dalla solitudine
Il 15 gennaio 1972 il primo Notiziario di S. Felice diede un nome a ciò che era maturato. La casa doveva diventare un Centro di spiritualità e, nelle parole del documento, doveva «uscire dalla solitudine». Si pensavano incontri per giovani e sacerdoti, una Messa vespertina domenicale e festiva, l’accoglienza di gruppi e singoli, una collaborazione più stretta con le parrocchie e il recupero di altri ambienti dell’Abbazia.
Dal 1954 quelle stanze avevano conosciuto generazioni di giovani. Avevano sentito lezioni e prediche di prova, risate, passi frettolosi verso la cappella, pianoforte e radio, lingue straniere, partite di calcio, il rumore dei cantieri e perfino la voce lontana degli astronauti arrivata dalla televisione. Tutto questo non finiva perché fosse stato inutile. Finiva perché la casa era entrata in un’altra stagione.
I ragazzi non tornarono a San Felice. San Felice, invece, continuò ad aspettare qualcuno alla porta.
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