Fra Giuseppe Di Nicolò. «Secondo le giuste leggi di carità»

Fra Giuseppe Di Nicolò appartiene a quella parte silenziosa della prima storia dei Missionari del Preziosissimo Sangue che raramente occupa molte pagine. Nato a Rimini ed entrato nell’Istituto nel 1828, fu fratello inserviente e prestò il proprio servizio nella Casa di Nepi. Le lettere di san Gaspare del Bufalo lo fanno emergere soprattutto negli ultimi giorni della sua vita, quando la malattia costrinse la comunità a misurarsi con una domanda molto concreta: che cosa significa prendersi cura di un fratello quando le sue forze vengono meno?

«Si abbia cura al povero Giuseppe»

Nel marzo del 1834 Giuseppe era malato a Nepi. San Gaspare seguiva la situazione a distanza e, scrivendo il 15 marzo a don Pietro Spina, valutava con prudenza ciò che avrebbe potuto giovargli: «Che se il medico consiglia per Giuseppe l’aria di Provincia, e sia in stato di viaggiare me lo mandi con foglio di via. In Albano però non ho luogo. Lei rifletta bene, e si abbia cura al povero Giuseppe. L’aria di Giano se è sano di viscere lo guarirebbe».

«Lei rifletta bene, e si abbia cura al povero Giuseppe».

San Gaspare del Bufalo, lettera a don Pietro Spina, 15 marzo 1834, n. 2689

La frase dice molto più di una disposizione pratica. Gaspare non considera la malattia una faccenda da amministrare in fretta: chiede che si rifletta, che si ascolti il medico e che il fratello venga realmente custodito. Pochi giorni dopo, scrivendo a don Tomasso Meloni, interviene ancora per chiarire un equivoco sorto sulle decisioni prese: «Altro è disporre quando uno è in salute; altro è disporre appena avuta notizia della malattia. Sentirà dal Signor Spina le date disposizioni, e le troverà secondo le giuste leggi di carità».

«Secondo le giuste leggi di carità»

È questa espressione a illuminare meglio l’ultimo tratto della vita di fra Giuseppe. Le «leggi di carità» non sono per Gaspare una formula spirituale da sovrapporre alle necessità concrete. Significano cambiare decisione quando cambia la condizione della persona, assicurare cure adeguate, evitare che una disposizione presa quando il fratello era sano diventi un peso quando la salute viene meno.

La lettera del 15 marzo permette anche di ricostruire la direzione del viaggio. Giuseppe si trovava a Nepi e Gaspare scrive al superiore di quella Casa: «me lo mandi». Subito dopo pensa esplicitamente a Giano, la cui aria avrebbe potuto giovargli. La speranza era quindi che il fratello lasciasse Nepi e raggiungesse l’Umbria, verso San Felice, per cercare un po’ di sollievo.

Quasi alle porte di San Felice

Fra Giuseppe partì, ma non riuscì ad arrivare alla Casa. Il 21 marzo 1834 morì a Massa Martana, nel convento francescano di Santa Maria della Pace, durante il viaggio. Era ormai a pochi chilometri da Giano. L’annotazione di padre Beniamino Conti conserva con sobrietà questo ultimo passaggio: «Morì lungo il viaggio a Massa Martana (Perugia) nel Convento francescano S. Maria della Pace».

La vicinanza geografica a San Felice rende comprensibile che la memoria della Casa abbia continuato a sentirlo come uno dei propri. Non possediamo ancora un documento che descriva il trasporto del corpo o indichi con certezza il luogo della prima sepoltura. Sappiamo però che nel 2026, tra i resti custoditi nella tomba missionaria di San Felice, vi era un corpo non più individualmente identificabile che la comunità ha ricondotto anche alla memoria di Giuseppe. La documentazione non consente di trasformare questa memoria in una certezza materiale; permette però di comprenderne bene la ragione.

La carità dopo la morte

La morte in un convento estraneo all’Istituto aprì subito una questione pratica: quale Casa avrebbe dovuto provvedere ai funerali e ai suffragi? A metà aprile Gaspare scrive a Pietro Spina: «Avranno già fatti i publici funerali al defonto Inserviente». Il mese successivo torna sull’argomento e chiarisce che la responsabilità riguarda Nepi, la Casa «a cui ha servito».

Anche qui il tono del Fondatore è rivelatore. Dopo aver richiamato la regola, aggiunge: «Ad ogni modo rimedierò io in altro modo». Giuseppe era morto lontano dalla propria comunità e proprio per questo Gaspare si preoccupa che nessuna incertezza amministrativa possa lasciare incompiuto ciò che la fraternità richiedeva. Le esequie, i suffragi e le spese non sono un dettaglio marginale rispetto alla carità: ne sono il prolungamento quando il fratello non può più chiedere nulla per sé.

È forse questo il tratto più bello che le lettere ci consegnano di fra Giuseppe Di Nicolò. La sua figura appare nel momento della debolezza, mentre altri devono decidere come prendersi cura di lui. Proprio allora san Gaspare lascia scritto un criterio che supera la vicenda particolare: quando cambiano le condizioni della persona, la comunità deve saper cambiare con esse, perché le sue decisioni rimangano sempre «secondo le giuste leggi di carità».


Per conoscere e approfondire

San Gaspare del Bufalo, Epistolario, vol. VII: lettera a don Pietro Spina, 15 marzo 1834, n. 2689; lettera a don Tomasso Meloni, 20 marzo 1834, n. 2691; lettera a don Pietro Spina, metà aprile 1834, n. 2711; lettera a don Pietro Spina, 14 maggio 1834, n. 2723.

Beniamino Conti, note all’Epistolario, vol. VII: fra Giuseppe Di Nicolò, nativo di Rimini, entrato nell’Istituto nel 1828, morì il 21 marzo 1834; «morì lungo il viaggio a Massa Martana (Perugia) nel Convento francescano S. Maria della Pace».