Tra i sacerdoti che si avvicinarono alla giovane Opera di san Gaspare del Bufalo, don Vincenzo De Nicola ebbe un cammino sorprendentemente breve. Nell’autunno del 1824 il Fondatore lo accompagnava ancora nel discernimento, aiutandolo a liberarsi dalle esitazioni che potevano restringere la sua disponibilità missionaria; pochi mesi più tardi, scrivendo al vescovo Carlo Manassi, lo chiamava già «un mio amatissimo Compagno defonto nella Casa di S. Felice di Giano». Tra queste due lettere si raccoglie quasi tutta la parabola che l’Epistolario ci permette di vedere.
«Dio vuole il nostro cuore ampio»
Il 31 ottobre 1824 san Gaspare scriveva a don Pasquale De Nardis, che seguiva da vicino il discernimento di De Nicola. Le parole sono dirette e insieme piene di stima: «Don Vincenzo di Nicola se non si spoglia di certe minuzie sarà sempre perplesso. Chi si dà all’Opera non bada alle mura dei locali né si agita se resta o no in una Casa di Missione più tosto che in altra. I Santi ci dan scuola. Dio vuole il nostro cuore ampio e il nostro intelletto sommesso».
Gaspare non sta parlando di un uomo che considera inaffidabile. Poco dopo, nella stessa lettera, precisa: «Io amo la virtù di Don Nicola, ma bisogna scuoterlo». Il problema non è la sua bontà, che il Fondatore riconosce apertamente, quanto quella libertà interiore senza la quale la disponibilità missionaria rimane ancora incompleta. De Nicola deve imparare a non legare la propria adesione all’Opera a una sede preferita, a un incarico desiderato o alle difficoltà che l’immaginazione può ingrandire prima ancora che arrivino.
«Non ci moltiplichiamo le croci coll’efficacia dell’immaginazione».
San Gaspare del Bufalo, lettera a don Pasquale De Nardis, 31 ottobre 1824, n. 984
Queste parole permettono di cogliere bene la pedagogia di Gaspare. Entrare nell’Opera significa diventare disponibili, lasciandosi condurre dove il ministero lo richiede. Il «cuore ampio» non è un sentimento generoso lasciato all’entusiasmo del momento; è una libertà conquistata attraverso il distacco dalle proprie preferenze e la fiducia nella Provvidenza.
Dall’Abruzzo a San Felice
Nella stessa lettera del 31 ottobre Gaspare fissa per De Nicola e De Nardis un incontro ad Atri per la sera del 13 novembre, qualora desiderino entrare nell’Istituto. La corrispondenza non segue passo dopo passo ciò che accadde nei mesi successivi; quando il nome di De Nicola ricompare, la sua vicenda ha già raggiunto San Felice.
Il 5 giugno 1825, scrivendo da Frosinone a mons. Carlo Manassi, Gaspare chiede preghiere per alcuni defunti e aggiunge: «Aggiunga anche le Sue Orazioni per un mio amatissimo Compagno defonto nella Casa di S. Felice di Giano, e che Lei conosceva. Si chiamava Don Vincenzo di Nicola». In pochi mesi l’uomo che nell’autunno precedente stava ancora discernendo il proprio ingresso viene ricordato come un compagno amato e come uno dei membri della Casa di San Felice.
«Un mio amatissimo Compagno»
L’espressione usata da Gaspare illumina retrospettivamente anche la fermezza della lettera precedente. Il Fondatore aveva voluto «scuotere» De Nicola proprio perché ne riconosceva la virtù e desiderava vederla diventare piena disponibilità apostolica. La morte, sopraggiunta così presto, consegna al carteggio una relazione ormai maturata nella fraternità missionaria. Non sappiamo dalle lettere come siano trascorsi gli ultimi mesi né quale malattia lo abbia condotto alla morte. Sappiamo che morì nella Casa di San Felice e che, pochi giorni dopo, Gaspare lo affidava alle preghiere di un vescovo che lo aveva conosciuto personalmente.

La lapide e la memoria di santità
Nella chiesa di San Felice una lapide conserva ancora la memoria di De Nicola. L’iscrizione lo chiama «sacerdos singularis exempli» e afferma che «famam sanctitatis reliquit»: «sacerdote di singolare esempio, lasciò fama di santità». È una testimonianza importante perché mostra quale ricordo di lui sia rimasto nella Casa dopo la morte.
La lapide reca la data VIII Kal. Iun. MDCCCXXV, corrispondente al 25 maggio 1825.
Quella data continuò a essere custodita con attenzione anche molto tempo dopo. In una comunicazione del Provinciale conservata tra le carte del grande restauro, mentre si preparava una ricognizione canonica dei Missionari sepolti a San Felice, si chiese espressamente al Cancelliere della Curia di correggere una copia della pergamena relativa a De Nicola: la morte «non è avvenuta nel 1823, ma nel 1825». È una nota pratica, quasi sbrigativa, e proprio per questo mostra quanto la memoria dei confratelli fosse ancora presente nella vita concreta della casa.
La memoria dell’Istituto ricorda che don Vincenzo De Nicola morì il 25 maggio 1825 mentre predicava il mese di Maria. È un particolare che completa con semplicità il suo profilo: la sua breve vita missionaria si concluse mentre era ancora impegnato nell’annuncio e nella predicazione.
Rimane così un profilo essenziale e insieme molto nitido. Don Vincenzo De Nicola entra nella storia dell’Opera mentre impara ad allargare il cuore, viene accolto nella fraternità missionaria e muore pochi mesi dopo nella Casa Madre. San Gaspare lo ricorda come «amatissimo Compagno» e la memoria di San Felice lo consegna come sacerdote «di singolare esempio». Due testimonianze diverse, nate in tempi e forme differenti, che convergono nel restituire il volto di un uomo la cui vita missionaria fu breve e la cui traccia rimase profonda.
Per conoscere e approfondire
San Gaspare del Bufalo, Epistolario: lettera a don Pasquale De Nardis, 31 ottobre 1824, n. 984, vol. III, p. 164; lettera a mons. Carlo Manassi, 5 giugno 1825, n. 3931, vol. X, p. 209.
Beniamino Conti, apparato critico all’Epistolario, vol. X, p. 209, nota 2.
Memoria dell’Istituto, riportata nell’appendice a Dinanzi a Dio siamo come siamo (2017): «Il Missionario De Nicola morì il 25 Maggio 1825 mentre predicava il mese di Maria».
Lapide di don Vincenzo De Nicola nella chiesa di San Felice: Hic dormit in Christo… sacerdos singularis exempli, famam sanctitatis reliquit; VIII Kal. Iun. MDCCCXXV.