Vincenzo Tani. «Il primo fiore di una pianta novella»

Don Vincenzo Tani, tra i primi Missionari del Preziosissimo Sangue e tra i quattro sacerdoti che aprirono la Casa di San Felice nel 1815

Tra i nomi legati alla nascita di San Felice, quello di don Vincenzo Tani merita di essere riportato in primo piano. Il 15 agosto 1815 egli appartiene al piccolo gruppo che apre solennemente la prima Casa di Missione insieme con Gaspare del Bufalo, Gaetano Bonanni e Adriano Giampedi. Non è quindi soltanto uno dei primi confratelli della Congregazione: è uno degli uomini che videro la Casa Madre nel momento stesso in cui cominciava a esistere.

Enrico Rizzoli gli riserva un posto singolare nei Brevi cenni sulla vita e le virtù di alcuni membri della Congregazione del Prezioso Sangue. Dopo l’introduzione, la prima figura presentata è proprio Tani. La scelta non è casuale. Era stato il primo Missionario del Preziosissimo Sangue a morire, il 21 settembre 1820, e nella memoria dell’Istituto la sua vita era rimasta legata a una fama di santità così viva che Rizzoli poteva definirlo, molti anni dopo, il primo fiore offerto a Dio dalla pianta appena nata.

Un marchese che preferì il sacerdozio

Vincenzo Tani nacque a Ferentino nel 1770, in una famiglia di marchesi. La nascita gli apriva una strada già tracciata, fatta di patrimonio e posizione sociale. Scelse invece il sacerdozio, pagando quella decisione con una lunga resistenza familiare. Rinunciò alla primogenitura e dovette attendere alcuni anni prima che il padre concedesse il consenso necessario; fu ordinato sacerdote a ventisette anni. Quando uno zio materno gli offrì la possibilità di una prelatura, la rifiutò senza esitazioni.

La sua vocazione sacerdotale prese presto una forma apostolica molto concreta. Prima nella sua terra e poi a Roma cercò il contatto diretto con le persone, prestando gratuitamente servizio negli ospedali e nelle carceri di Castel Sant’Angelo. Per un tempo pensò ai Chierici Minori di san Francesco Caracciolo, attratto dalla loro particolare devozione eucaristica. La sua inclinazione lo conduceva però verso una vita più attiva. Si avvicinò allora ai Signori della Missione di Montecitorio, vivendo con loro senza aggregarsi definitivamente.

Nella Casa di Giano, dove tutto cominciava

L’incontro con Gaspare del Bufalo diede una direzione definitiva a quella ricerca. Tani riconobbe nella nuova esperienza missionaria una forma di vita capace di raccogliere ciò che aveva desiderato fino ad allora: preghiera intensa, predicazione e dedizione concreta alle anime. Rizzoli scrive che entrò nella Casa di Giano, «culla» della Congregazione, e lo ricorda accanto a Gaetano Bonanni e Luigi Achilli. La storia di San Felice aggiunge un dato ancora più eloquente: Tani appartiene al nucleo che il 15 agosto 1815 inaugurò pubblicamente la prima Casa di Missione.

È importante fermarsi su questo punto. Quando pensiamo agli inizi dell’Istituto, la memoria corre spontaneamente a san Gaspare. San Felice permette di vedere anche gli uomini che gli furono accanto quando l’opera prese una forma stabile. Tani è uno di loro. Porta nella Casa appena aperta una vocazione già maturata attraverso il ministero tra i malati, i poveri e i carcerati, e vi porta una forte attrazione per il Preziosissimo Sangue, che egli aveva conosciuto attraverso l’ambiente di San Nicola in Carcere e la predicazione promossa attorno a quella devozione.

Una santità ricordata da Merlini

Il racconto di Rizzoli dipende largamente dalle memorie di don Giovanni Merlini e dalle testimonianze di persone che avevano conosciuto Tani. Ne emerge un sacerdote che fin dalla giovinezza era chiamato, in famiglia e nella sua città, «un san Luigi» per la purezza della vita. Il suo raccoglimento colpiva chi lo incontrava e si univa a una pratica severa della penitenza, tanto che il confessore dovette talvolta moderarne le austerità.

Tani amava raggiungere a piedi i luoghi nei quali era chiamato a predicare e considerava la fatica del viaggio parte dello stesso ministero. Rizzoli raccoglie anche episodi straordinari tramandati dai contemporanei, come quello del Missionario che attraversa una pioggia violenta senza bagnarsi mentre un raggio di sole sembra precederne il cammino. Nel modo con cui la prima generazione della Congregazione ricordò questi fatti si legge una convinzione precisa: la vita di Tani aveva lasciato dietro di sé il segno riconoscibile di un uomo interamente orientato a Dio.

La sua umiltà aveva una forma quasi disarmante. Le testimonianze riportate da Rizzoli lo descrivono desideroso di sottrarsi alle lodi e deciso a non seguire la propria volontà. Anche la povertà era vissuta senza mezze misure. Donava ai poveri il denaro che possedeva e arrivava a cedere le proprie vesti, tornando talvolta a casa con ciò che gli era rimasto addosso. Non cercava una povertà da raccontare. La considerava una conseguenza naturale dell’appartenenza a Cristo.

Maria e il Sangue di Cristo

La spiritualità di Tani era profondamente mariana. Fu tra i promotori della devozione del mese di maggio quando quella pratica era ancora relativamente nuova, e Rizzoli la considera una delle eredità che i primi Missionari consegnarono alla Congregazione. Tani volle anche scrivere per diffondere questa devozione. Pubblicò un libro dal titolo L’Inferno chiuso per i veri divoti di Maria, nel quale presentava la devozione alla Vergine come una via capace di sostenere concretamente la vita cristiana.

Accanto all’amore per Maria cresceva la devozione al Sangue di Cristo. Rizzoli ricorda che proprio la conoscenza dell’Arciconfraternita di San Nicola in Carcere e del progetto di una società di predicatori consacrati alla diffusione di questo culto accese in lui il desiderio di farne parte. In Tani, quindi, il titolo della nuova Congregazione non rimase una denominazione esterna. Toccava una devozione già profondamente assimilata e divenuta motivo della sua scelta missionaria.

Il primo dei Missionari a morire

La salute di Tani era fragile. Una malattia polmonare lo costrinse, per consiglio dei medici e per ordine dei superiori, a tornare a Ferentino. Vi morì nella notte del 21 settembre 1820, a cinquant’anni, dopo soli cinque anni dall’apertura di San Felice. Rizzoli racconta che affrontò la malattia con serenità e che nelle ultime ore invocò il nome di Maria.

La morte rese ancora più visibile la fama che lo accompagnava. La salma venne deposta nella chiesa dei Frati Minori Francescani di Ferentino e la gente accorse numerosa. Rizzoli ricorda che molti cercarono di conservare capelli e frammenti delle vesti come reliquie. Non si trattava di una venerazione costruita a distanza. Nasceva dal ricordo personale di quanti lo avevano conosciuto e continuavano a chiamarlo santo.

«Egli il primo col titolo glorioso di Missionario del Prezioso Sangue entrò per le porte beate del cielo».

Enrico Rizzoli, Brevi cenni sulla vita e le virtù di alcuni membri della Congregazione del Prezioso Sangue

Rizzoli conclude il ritratto con un’immagine che merita di rimanere legata al suo nome: Vincenzo Tani fu il «primo fiore di una pianta novella». A San Felice quell’espressione acquista un significato ancora più concreto. Tani era presente quando la pianta veniva messa a dimora. Aveva visto la Casa aprirsi, aveva pregato tra quelle mura e aveva condiviso con gli altri primi compagni il passaggio da un gruppo apostolico a una comunità missionaria stabile.

Per questo il suo volto appartiene alla Casa Madre. Non soltanto perché fu uno dei primi Missionari illustri ricordati dall’Istituto, bensì perché la storia di San Felice comincia anche con lui. Restituirgli una pagina significa ricollocare accanto a Gaspare, Bonanni e Giampedi uno degli uomini che, in quel 15 agosto 1815, erano già dentro la storia che ancora oggi continuiamo a raccontare.


Per conoscere e approfondire

Enrico Rizzoli, Brevi cenni sulla vita e le virtù di alcuni membri della Congregazione del Prezioso Sangue, Frosinone, 1880, pp. 11-16. Il racconto utilizza ampiamente le memorie lasciate da don Giovanni Merlini e le testimonianze dei contemporanei.

Storia della Casa Madre di San Felice: apertura solenne della prima Casa di Missione il 15 agosto 1815 con Gaspare del Bufalo, Gaetano Bonanni, Adriano Giampedi e Vincenzo Tani.