
Nell’estate del 1821 Innocenzo Betti Severini arriva a San Felice portando con sé una scelta che coinvolge tutta la sua vita. È canonico del Capitolo di San Ginesio e desidera unirsi stabilmente ai Missionari. Per farlo deve sciogliere legami, sistemare la propria posizione ecclesiastica e pensare anche alle due sorelle che dipendono da lui. Gaspare segue questo passaggio con attenzione, fino a presentare a Pio VII la richiesta necessaria perché Betti possa lasciare il canonicato e dedicarsi pienamente alle missioni.
Il 30 giugno Gaspare scrive a Luigi Gonnelli una frase che sembra accompagnare materialmente il viaggio: «Betti ritorna in Sanginesio, e poi vola a Giano». Quel verbo, «vola», rende bene l’urgenza di una Casa che lo aspetta.
A San Felice Betti riceve una responsabilità particolare. Il 5 luglio Gaspare annuncia a Francesco Maria Pierantoni che il canonico porterà con sé le Regole «da osservarsi esattamente» e spiega anche il nome del suo incarico: il titolo di Zelatore viene sostituito con quello di Presidente sull’Osservanza. Pochi giorni dopo aggiunge che quel titolo è equivalente al precedente e risulta più adatto all’uso della Casa.
Dietro queste parole si vede San Felice mentre affina la propria vita interna. La comunità ha ormai bisogno di qualcuno che vegli sul modo concreto in cui si vive insieme. Pierantoni continua a seguire le questioni economiche e amministrative; Betti entra invece nel ritmo quotidiano della Casa, porta le Regole, trasmette istruzioni e aiuta i confratelli a custodire quella forma comune senza la quale un gruppo di predicatori rischierebbe di essere soltanto una somma di itinerari individuali.
Gaspare si fida di lui anche per ciò che preferisce affidare alla parola viva. «Sentirà molte cose a voce dal Signor Canonico Betti», scrive a Pierantoni. Il 23 agosto aggiunge che da lui un confratello riceverà «istruzione sulle facoltà». Betti diventa quindi uno di quegli uomini attraverso i quali la volontà del Fondatore passa dalla lettera alla vita, entrando nelle decisioni concrete della comunità e nel modo stesso di esercitare il ministero.
Intanto rimane aperta la vicenda personale che lo aveva condotto fin lì. Le sorelle devono essere sistemate e Gaspare continua a interessarsene, perché sa che soltanto allora Betti potrà dedicarsi con piena libertà alla nuova scelta. Nel settembre scrive che, una volta risolto quel problema, il canonico potrà «attendere con quiete all’unico ogetto del ministero Apostolico».
È un particolare che dà profondità alla sua figura. L’uomo chiamato a custodire l’osservanza non arriva a San Felice come una funzione già pronta; porta con sé affetti, responsabilità familiari e una vita precedente che deve essere ricomposta intorno a una nuova consegna. La disciplina che gli viene affidata passa prima di tutto attraverso questa scelta personale.
La sua permanenza a San Felice appartiene a una stagione breve e intensa. In quei mesi la Casa scopre che la missione ha bisogno anche di una forma condivisa, di uomini che ricordino ai confratelli come vivere ciò che hanno promesso e come custodire uno stile comune mentre l’apostolato li porta continuamente fuori dalle mura.
L’osservanza, Benevento e una frattura che durò nel tempo
Il titolo ricevuto a San Felice acquista, guardando gli anni successivi, un significato ancora più profondo. Quella forte sensibilità per l’osservanza che nel 1821 aveva reso Betti prezioso per la prima Casa si farà più esigente a Benevento, fino a diventare il punto dal quale nascerà una tensione seria e prolungata con il Fondatore. Il contrasto non cancella la stima che Gaspare continuò ad avere per lui, ma mostra quanto diversa potesse diventare la lettura concreta della vita dell’Istituto quando si passava dai principi alle scelte di governo.
Tra il 1828 e il 1829 il nodo è soprattutto il Convitto ecclesiastico di Benevento. Gaspare desidera che la Casa accolga giovani da formare per l’Istituto e avverte nelle esitazioni di Betti un freno che rischia di impedire alla fondazione di crescere. Nel gennaio 1829 gli scrive con una franchezza che non lascia molto spazio all’equivoco: «Non mi tenga in aria, ma in terra. Non tanti dubj». Per il Fondatore l’apertura del Convitto appartiene alla vita stessa dell’Opera; Betti continua invece a guardare con maggiore cautela alle ammissioni, all’organizzazione e alle condizioni necessarie perché quella formazione possa essere realmente sostenuta.
Nel 1830 la divergenza entra nel metodo degli studi e nella disciplina dei giovani. Le Avvertenze sul foglio del Saggio dei giovani mostrano Gaspare preoccupato perché a Benevento si stanno introducendo criteri che non corrispondono al Direttorio e all’indirizzo che egli intende dare alla formazione. A maggio ricorda a Betti che la pratica dell’Istituto si apprende interrogando chi conosce le massime del Fondatore, non costruendo un modello autonomo sulla base di altre esperienze. In quelle lettere comincia ad affiorare una questione più ampia del semplice programma scolastico: chi deve determinare la forma concreta dell’Opera e quale spazio rimane alle convinzioni personali dei singoli superiori.
All’inizio del 1831 la tensione è ormai esplicita. Il 13 gennaio Gaspare scrive a Betti che da un anno porta dentro di sé un vero calice e usa un’immagine diventata quasi il simbolo di quella relazione difficile: «se io dico è giorno, Lei soggiunge è notte». Subito dopo gli indica ciò che considera decisivo: non spezzare l’unità, esporre con pace le proprie ragioni e abituare i confratelli all’obbedienza cominciando dall’esempio. Nei mesi successivi il tono rimane fermo. A luglio gli chiede di leggere una sua lettera ai piedi del Crocifisso e di obbedire; in ottobre gli scrive che le sue massime sull’Istituto sono ormai «tutte nuove».
Nello stesso periodo il conflitto si allarga a una questione diversa da quella dei convittori: lo status dei fratelli inservienti. Alla fine del 1830 Gaspare decide di modificare il loro abito, rendendo più visibile l’appartenenza all’unica famiglia missionaria. A San Felice la disposizione viene accolta senza particolari difficoltà; a Benevento Betti la considera invece una trasformazione troppo profonda rispetto alla forma originaria e arriva a ritenere l’Istituto totaliter alter. In questo passaggio compare con forza anche Giovanni Merlini. Betti tende ad attribuire a lui e a Biagio Valentini l’orientamento assunto dal Fondatore, tanto che Gaspare deve richiamarlo esplicitamente a non imputare ad altri ciò che egli ha deciso personalmente e di cui intende assumersi la responsabilità.
Questa precisazione illumina anche ciò che accadrà dopo la morte di Gaspare. Betti rimane legato all’idea di una grande assemblea generale come luogo nel quale affrontare le questioni decisive dell’Istituto. Merlini, che aveva conosciuto bene la diffidenza del Fondatore verso assemblee troppo vaste e facilmente esposte al peso delle personalità più forti, preferisce procedure diverse, nelle quali ogni comunità possa esprimersi senza trasformare il confronto in una lotta di influenze. Già nel 1838, quando si tratta di dare una forma all’elezione del successore del Fondatore, questa differenza riemerge con chiarezza.
La frattura diventa particolarmente visibile nel 1847, alla morte di Biagio Valentini. Merlini governa ormai di fatto l’Istituto e propone che ogni comunità, riunita in congresso, indichi il proprio candidato; i nomi devono poi essere esaminati da una consulta generale. La procedura riceve l’approvazione di Pio IX. Da Benevento Betti invia invece a Roma alcuni fogli nei quali contesta con decisione il metodo e sostiene che anche la sua comunità desidera un’altra strada. Alla fine Benevento partecipa, ma non riesce a presentare un solo nome: dal congresso della Casa risultano a parità Giovanni Merlini e Beniamino Romani. Poiché era richiesto un unico candidato, quella indicazione non viene presa in considerazione. Nello scrutinio conclusivo Merlini riceve otto voti favorevoli e due contrari ed è eletto Direttore Generale.
Le fonti non permettono di trasformare questa continuità di contrasti in una certezza sulle intenzioni interiori di Betti, quasi che tutta la sua opposizione successiva possa essere ridotta a un risentimento personale verso Merlini. Permettono però di vedere una linea precisa. La discussione nata a Benevento sul Convitto, divenuta poi conflitto sull’autorità del Fondatore e sulla condizione dei fratelli inservienti, aveva collocato Merlini agli occhi di Betti dentro una vicenda che non si chiuse rapidamente. Nel 1847, quando proprio Merlini si avvia a raccogliere l’eredità di governo dell’Istituto, quella distanza riappare ancora.
Innocenzo Betti Severini rimane così una figura assai più complessa di quanto possa suggerire il solo titolo ricevuto a San Felice. Fu l’uomo al quale Gaspare affidò l’osservanza e nel quale riconobbe virtù, zelo e dedizione; fu anche il confratello con il quale il Fondatore dovette sostenere uno dei confronti più faticosi sulla forma dell’Istituto. Proprio questa tensione rende il suo profilo particolarmente significativo: dentro di lui l’amore per la Regola e il desiderio di custodirla raggiunsero una forza tale da entrare in conflitto con il modo stesso in cui Gaspare, ancora vivente, continuava a dare forma alla propria fondazione.
Fonti principali
San Gaspare del Bufalo, Epistolario: lettere nn. 391, 441, 442, 447, 448, 461, 462, 465; per il periodo di Benevento e il conflitto sull’osservanza e sul Convitto, lettere nn. 1708, 1885, 2030, 2043, 2113, 2191, 2233, 2235.
Michele Colagiovanni, Giovanni Merlini ventiquattro ore al giorno, per la ricostruzione della controversia sui fratelli inservienti, delle tensioni tra Benevento e la Direzione dell’Istituto e delle procedure elettive del 1838 e del 1847.